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 29 Febbraio 2012 
IL MONDO ON-LINE



 

7 GIORNI IN 10 NEWS

 

[7-13 maggio 2012]

 

 

 

Sommario:

 

1. BRASILE - CPT: diminuiscono i morti ma aumenta la violenza nelle campagne

2. FILIPPINE - Ucciso un leader indigeno contrario a nuove miniere

3. SOMALIA - "Noi vittime di minacce e abusi", la denuncia di un deputato

4. AFRICA ORIENTALE - Enorme mercato clandestino di armi leggere

5. ITALIA- Energia solare. spazi ricerca per sviluppare tecnologia tutta italiana

6. PENA DI MORTE: l'impegno delle religioni

7. AFRICA - Secam (vescovi africani), incontro in Benin con presidente UA

8. AMBIENTE - Santa Sede su Rio+20, è necessaria "una governance internazionale"

9. STRANIERI IN ITALIA -  p. La Manna (Centro Astalli), "Dignità umiliata"

10. SRI LANKA - Appesa a un filo la vita di Rizana Nafeek

 

1. BRASILE - CPT: diminuiscono i morti ma aumenta la violenza nelle campagne

Río de Janeiro (Agenzia Fides, 8.5.2012) - Il numero di morti a causa dei conflitti nelle campagne brasiliane è sceso da 34 nel 2010 a 29 nel 2011, ma la violenza rurale è cresciuta, secondo un Rapporto pubblicato dalla Commissione per la Pastorale della Terra (CPT) della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, come informa la nota pervenuta all'Agenzia Fides. Sotto il titolo "Conflitti nelle campagne del Brasile", il rapporto della CPT riporta che gli omicidi a causa di litigi per le terre, per l'accesso all'acqua o per il lavoro rurale forzato, sono significativamente diminuiti dal 2003, quando si registrarono 73 morti.

Nonostante la riduzione degli omicidi, il numero totale dei conflitti è aumentato, passando da 1.186 (2010) a 1.363 (2011), secondo il rapporto. "I conflitti per la proprietà della terra sono passati da 853 nel 2010 a 1.035 nel 2011, con una crescita del 21,32%; e con una crescita del 177,6% è aumentato il numero dei contadini minacciati di morte (da 125 a 347)" dice lo studio. I conflitti sul lavoro in condizioni di schiavitù sono aumentati da 204 nel 2010 a 230 nel 2011, e le liti per l'accesso all'acqua sono calate da 87 a 68 nello stesso periodo. Nel complesso, l'anno scorso 600.925 persone sono state coinvolte in conflitti nelle zone rurali. In Amazzonia, dove le controversie coinvolgono agricoltori, minatori, indiani e coloni interessati a nuove terre per la coltivazione, sono stati registrati il 69% dei conflitti, il 79,3% degli omicidi e l'85% delle minacce.

Il Segretario generale della Conferenza Episcopale del Brasile, Sua Ecc. Mons. Leonard Steiner, Ausiliare di Brasilia, ha annunciato che il Rapporto sulla violenza nelle campagne sarà consegnato al Segretario per i diritti umani della Presidenza del governo e al Ministro della Giustizia. Il consulente permanente della CPT, Sua Ecc. Mons. Tomas Balduino, Vescovo emerito di Goias, ha informato che quest'anno è iniziato con molta più violenza nelle campagne, tanto che nei primi quattro mesi del 2012 sono stati registrati 12 omicidi, rispetto agli 8 dello stesso periodo del 2011.

Alla presentazione del Rapporto era presente, oltre a Mons. Steiner e Mons. Balduino, anche Sua Ecc. Mons. Guilherme Werlang, Vescovo di Ipameri, Presidente della Commissione Episcopale della Pastorale per il Servizio della Carità, Giustizia e Pace. [CE]

 

2. FILIPPINE - Ucciso un leader indigeno contrario a nuove miniere

Malaybalay City (Agenzia Fides, 9.5.2012) - Jimmy Liguyon era un leader indigeno 37enne, capo del villaggio di San Fernando, nella provincia di Bukidnon, sull'isola di Mindanao (Filippine Sud). Jimmy è stato ucciso a sangue freddo a colpi di fucile da Aldy Salusad, membro di un gruppo paramilitare che opera nella zona, finanziato e guidato dal Battaglione dell'esercito filippino stanziato a Bukidnon. L'omicidio è avvenuto il 5 marzo scorso, ma a causa di omertà, minacce, tentativi di far passare sotto silenzio l'accaduto, solo ora è salito agli onori della cronaca. Come riferisce all'Agenzia Fides l'Ong filippina "Karapatan" ("Alleanza per il progresso dei Popoli"), da una settimana la società civile di Mindanao lamenta a gran voce la perdita di un altro leader che coraggiosamente si opponeva allo sfruttamento indiscriminato del territorio con nuovi progetti di estrazione mineraria, che avrebbero distrutto la vita delle tribù indigene locali. La famiglia di Jimmy Liguyon, e al suo fianco la società civile di Mindanao, chiede giustizia e invoca la fine dell'impunità, ricordando un altro martire per i diritti delle popolazioni indigene: p. Fausto Tentorio ucciso nell'ottobre 2011 a Kidapawan.

Attualmente 19 famiglie di indigeni che hanno perso casa, terra e sostentamento a causa delle miniere, occupano in segno di protesta la piazza davanti al Palazzo del Governo provinciale a Malaybalay City, capitale della provincia di Bukidnon.

Secondo informazioni giunte a Fides da "Karapatan", un gruppo di paramilitari aveva fatto visita a Jimmy e ai suoi due fratelli, Emelio e Arser, mentre si trovavano in casa di Jimmy. Dopo un breve dialogo, i militari li hanno invitati a seguirli e, fuori di casa, uno di loro all'improvviso ha sparato al petto a Jimmy, uccidendolo all'istante. Secondo fonti locali, lo avrebbe ucciso per il suo rifiuto di ratificare gli accordi che una associazione locale, la "San Fernando Tribal Datus Association", aveva stretto con le compagnie minerarie. L'associazione è formata da un gruppo di indigeni che ha acquisito dal governo titoli di proprietà ("domino ancestrale") su vasti appezzamenti di terreno nell'area di San Fernando, cedendoli poi a grandi compagnie minerarie per progetti estrattivi. Jimmy, contrastando fortemente l'ingresso delle grandi imprese minerarie nel suo villaggio, si opponeva a tali accordi. Jimmy era già stato più volte minacciato. Lascia una moglie e 5 figli.

"Karapatan" chiede l'arresto del colpevole e la protezione per la famiglia di Jimmy, lanciando l'allarme sull'evacuazione forzata di centinaia di contadini e di indigeni a Mindanao a causa di intense operazioni militari nelle loro terre ancestrali. [PA]

 

Per approfondire:

 

3. SOMALIA - "Noi vittime di minacce e abusi", la denuncia di un deputato

(Misna, 9.5.2012) "In Somalia si sta consumando l'ennesimo abuso contro la popolazione e il diritto, nel silenzio e nell'indifferenza della Comunità internazionale. Rappresentanti delle comunità tribali sono stati cacciati dagli alberghi in cui risiedevano e forzati a lasciare Mogadiscio da persone che li hanno minacciati": a denunciare alla MISNA il clima di abusi e intimidazioni che circonda la conferenza di riconciliazione e il processo di transizione in atto è un deputato del parlamento somalo che chiede di rimanere anonimo per motivi di sicurezza.

Nella capitale somala, per il quinto giorno consecutivo, è in corso la Conferenza dei capi tradizionali incaricati di selezionale gli 825 membri dell'Assemblea Costituente. Questa, in base agli Accordi di Garowe siglati nei mesi scorsi, dovrà approvare la bozza finale della nuova Costituzione e nominare i membri del parlamento, chiamati a loro volta ad eleggere uno speaker e un presidente.

"Molte delle persone che volevano candidarsi per i ruoli pubblici della nuova amministrazione che nascerà ad agosto prossimo, hanno ricevuto minacce e avvertimenti. Qualcuno si è trovato uomini dei servizi di intelligence alla porta di casa incaricati di accompagnarli all'aeroporto" racconta il rappresentante, invocando un intervento urgente delle Nazioni Unite e della Comunità internazionale nel supervisionare un processo "già imbrattato da pesanti irregolarità e abusi".

In base alla ‘Road map' approvata col sostegno del comitato di contatto per la Somalia e all'indomani della Conferenza di Londra del febbraio scorso, entro la metà di agosto le attuali Istituzioni federali transitorie dovranno lasciare il posto a nuove istituzioni stabili.

"Come si può pensare che un paese in guerra da 20 anni gestisca da solo una transizione a tappe forzate, che nel giro di pochi mesi dovrebbe portare a una nuova Costituzione, e al rinnovo totale delle istituzioni?" chiede polemicamente l'interlocutore della MISNA per cui "negli ambienti politici di Mogadiscio si respira un'atmosfera di paura e omertà in cui l'appartenenza clanica, in barba a quanto viene dichiarato in pubblico dal primo ministro e dal presidente Sheikh Sharif, è l'unica cosa che conta".

Nei giorni scorsi le emittenti radiofoniche somale avevano riportato le storie di alcuni capi tradizionali a cui era stato impedito l'accesso alla Conferenza, mettendo in dubbio la correttezza e trasparenza dei lavori in corso a Mogadiscio.[AdL]

 

Per approfondire:

 

4. AFRICA ORIENTALE - Enorme mercato clandestino di armi leggere

(Misna, 8.5.2012)) Sono 300.000 le armi leggere contrabbandate in Africa Orientale negli ultimi 10 anni. Il dato è dell'East Africa Action Network (Eeansa) secondo cui a favorire il traffico illegale di armi nella regione sono "embarghi troppo facili da ignorare o aggirare da parte dei paesi vicini".

Presentando l'ultimo rapporto dell'organizzazione alla stampa, al Gran Imperial Hotel di Kampala, il segretario Richard Mugisha ha sottolineato che "per assurdo, alle frontiere il traffico di manghi è più controllato di quello di armi da fuoco". Una situazione di cui "sono responsabili tutti i governi dei paesi dell'Africa Orientale" e che si avvantaggia dell'assenza di un Trattato sul commercio delle armi che ne regoli la vendita.

"Questo ha consentito a paesi come Burundi, Kenya, Uganda, Ruanda e Tanzania l'importazione ed esportazione di armi nella totale illegalità" ha aggiunto Mugisha, secondo cui "un trattato regionale sul commercio d'armi è reso ancora più urgente dalla presenza di scenari di guerra e insicurezza in cui più alto è il rischio di violazione dei diritti umani".

Il rapporto rivela che nel corso del 2012, la mancanza di una regolamentazione sul commercio d'armi ha consentito la vendita in paesi come la Siria - che ha importato 167 milioni di dollari di sistemi di difesa aerea e missilistica, oltre ad un milione di armi leggere e di piccolo calibro; l'Iran - che ha acquistato 57 milioni di dollari di armi tra il 2007 e il 2010; e la Repubblica democratica del Congo, acquirente per 124 milioni di dollari tra il 2000 e il 2002. [AdL]

 

Per approfondire:

 

5. ITALIA- Energia solare. spazi ricerca per sviluppare tecnologia tutta italiana

BRUXELLES - (Ansa,11.5.2012)L'Italia e' uno degli stati europei a piu' grande potenziale nel campo delle rinnovabili, soprattutto per il solare. Le caratteristiche del nostro paese, con un gran numero di industrie 'energivore', fanno si' che ci sia bisogno di un approvvigionamento energetico sicuro, stabile ed accessibile. Tutto cio' puo' essere garantito dall'energia solare. Secondo Patrizia Toia, vicepresidente al Parlamento europeo del comitato ITRE (Comitato Industria, Ricerca e Energia), che ha introdotto oggi i lavori dell'"European solar day", in Italia esistono ancora spazi di ricerca per sviluppare nel solare una tecnologia tutta italiana.

L'eurodeputata si e' fatta portavoce della presidente ITRE, Amalia Sartori, impossibilitata ad intervenire all'evento, da lei patrocinato e voluto all'Europarlamento. Il tema su cui si e' discusso, si e' concentrato ad analizzare il rapporto tra i cittadini e il loro futuro energetico. L'"European solar day", con eventi organizzati in tutto il mondo risponde a questa esigenza in quanto "permette alle persone di sviluppare una connessione personale e diretta con il mondo dell'energia e di scoprirne i vantaggi" ha detto Patrizia Toia. L'anno scorso la manifestazione con oltre 8000 eventi ha attratto mezzo milione di persone e il 94% degli europei, secondo i dati Eurobarometro, guarda con favore all'utilizzo del solare nel proprio paese. Sono tanti i vantaggi di questa energia rinnovabile. Si va dalla possibilta' di produrre localmente dove serve, con cittadini "produttori consumatori" ad un importante e crescente spazio nel mix energetico con una ridotta dipendenza da approvvigionamenti di carburanti tradizionali. Ci sono poi buone prospettive in termini di occupazione. Ad oggi il settore ha creato oltre 265.000 posti di lavoro, soprattutto all'interno della piccole medie imprese, e a soli 20 anni dal suo debutto e' in grado di offrire tecnologie ed infrastrutture meno care e piu' competitive rispetto alle fonti di energia convenzionale.

 

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6. PENA DI MORTE: l'impegno delle religioni

(www.Popoli.info ,07/05/2012) Pena di morte: si allunga la lista dei Paesi abolizionisti, compresi diversi Stati Usa. Anche se solo 73 membri dell'Onu hanno finora firmato il secondo protocollo della Convenzione sui diritti civili e politici che abolisce le esecuzioni capitali, sono circa 140 su 193 i Paesi che non eseguono condanne capitali per legge o per prassi. La Mongolia è stata l'ultima ad aderire. Negli Stati Uniti, in California sono state raccolte 800mila firme e il 6 novembre si voterà un referendum abrogativo. I gesuiti californiani hanno dato il loro appoggio al Safe California Act, la legge che se sarà approvata tramuterà automaticamente le condanne a morte in carcere a vita.

E dopo il voto del parlamento locale, il 25 aprile il governatore del Connecticut, Dan Malloy, già allievo dei gesuiti al Boston College, ha firmato la legge che abolisce la pena capitale nello Stato, sulla scia di Illinois e New Jersey. In Louisiana, i gesuiti della Loyola University di New Orleans hanno pubblicato di recente uno studio che mette in luce una serie di problematiche legate alla pena di morte nel loro Stato, dove nei bracci della morte si trova un gran numero di condannati che hanno malattie mentali e dove si riscontra uno dei tassi più alti di condanne per errore di tutti gli Stati Uniti.

Negli Usa l'impegno dei cattolici in questo campo è meno evidenziato dai media rispetto ad altri temi politici, ma altrettanto intenso. L'opinione pubblica sta cambiando: secondo un sondaggio Pew, i contrari al patibolo negli Usa sono passati dal 18% della metà degli anni Novanta a circa un terzo di oggi.

Oltre agli Usa, non sono molte le democrazie nel mondo che mantengono nella propria giurisdizione e applicano la pena capitale. Si trovano tutte in Asia: Giappone, Taiwan, India, Indonesia e Thailandia. A queste va aggiunta la Corea del Sud, dove però non avvengono esecuzioni dal 1997.

In Giappone, dopo un'interruzione che durava dal luglio 2010, lo scorso 29 marzo sono state eseguite tre impiccagioni in diverse carceri per altrettanti detenuti pluriomicidi. Tutti i vescovi cattolici giapponesi hanno nuovamente chiesto al governo di abolire la pena di morte. L'arcivescovo di Nagasaki, mons. Takami, ha dichiarato che l'esecuzione di un omicida è essa stessa un omicidio. Ha ricordato che il sistema giudiziario «non è perfetto: si possono verificare anche errori giudiziari», come in effetti è accaduto in passato. Il Centro sociale dei gesuiti a Tokyo da anni è impegnato nella sensibilizzazione contro la pena capitale. Fa parte di un network internazionale di istituzioni che collaborano a questo scopo, come il Comitato ad hoc creato più di quarant'anni fa in Corea dalla Chiesa cattolica e che ha una lunga esperienza nel mondo carcerario e nella riconciliazione tra vittime e criminali. Questo comitato collabora con i protestanti e i buddhisti nell'organizzare manifestazioni di protesta e attività di lobby. Ha sostenuto la pubblicazione di un romanzo dal quale è stato poi tratto nel 2006 un film di grande successo nel Paese, Maundy Thursday, ambientato in un braccio della morte.

I cattolici giapponesi vedono l'esperienza sudcoreana come un esempio. Un segno incoraggiante che viene dalla Corea è la moratoria di fatto in corso da quindici anni, iniziata con la presidenza di Kim Dae-jung, egli stesso condannato a morte nel 1980 durante la dittatura. Cattolico, Premio Nobel per la Pace nel 2000, Kim Dae-jung, ebbe la pena commutata in 20 anni di carcere, prima di essere lasciato espatriare.

In Thailandia le poche Ong locali impegnate hanno creato un'alleanza per rafforzare la campagna abolizionista, anch'esse puntando sull'azione di lobby nei confronti dei politici e sulla sensibilizzazione dell'opinione pubblica. Dell'alleanza fanno parte anche la fondazione dei gesuiti  attivi nelle carceri.

Intanto in India, dove non si eseguono sentenze dal 2004, ma 400 persone restano nei bracci della morte, in marzo si sono mobilitati i sikh. La prevista esecuzione di un condannato in Punjab prevista per il 31 marzo - sarebbe stata la prima nello Stato dal 1989 - ha spinto organizzazioni sikh in tutto il mondo a presentare una petizione alla presidente della Repubblica ottenendo una sospensione dell'esecuzione. I sikh hanno inoltre chiesto una moratoria per tutti i condannati. Il tema è interreligioso: le Chiese cristiane in India chiedono al governo di aderire alla moratoria dell'Onu e di mettere fine alle condanne, anche se, come osserva il segretario della Commissione giustizia e pace dei vescovi indiani, Charles Irudayam, la pena di morte esiste dall'indipendenza e non è facile abolirla.

A Taiwan, dove solo nel 2011 sono state eseguite 15 condanne, il 20 aprile il presidente Ma Ying-jeou ha annunciato una riduzione del ricorso alla pena capitale. Dal 2006 a Taiwan sono vietate le condanne a morte di minorenni. Le organizzazioni internazionali per i diritti umani fanno pressione anche su questo Paese (che non è membro dell'Onu) perché arrivi a un'abolizione totale.

L'Asia resta il continente con il maggior numero di esecuzioni: nel 2011 se ne contano a migliaia in Cina, almeno 360 in Iran, 82 in Arabia Saudita, 68 in Iraq e 41 in Yemen, tra quelle verificate. [Francesco Pistocchin]

 

7. AFRICA - Secam (vescovi africani), incontro in Benin con presidente UA

(SIR, 11.5.2012) - Una delegazione di vescovi africani del Secam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar) ha incontrato ieri il presidente dell'Unione africana (Ua) Thomas Yayi Boni, presidente del Benin, il quale ha condannato "l'intolleranza religiosa che assume dimensioni politiche in Africa". "La maggior parte delle sfide che deve affrontare l'Africa - ha osservato Yayi Boni- sono dovute alla mancanza di rispetto per la libertà di religione e di appartenenza politica e alla mancanza di buon governo, democrazia ed elezioni giuste e trasparenti". E' quanto riferito da una nota ufficiale del Secam giunta oggi al Sir, che sintetizza i contenuti dell'incontro svoltosi ieri a Cotonou, in Benin. La delegazione era guidata da mons. Nicodème Anani Barrigah-Benissan, vescovo di Atakpamé, presidente della Commissione episcopale Giustizia e pace del Togo. I vescovi hanno chiesto di ottenere lo Statuto di Osservatori presso l'Unione africana, visto "il contributo notevole della Chiesa e il ruolo che essa svolge nello sviluppo dell'Africa in materia di educazione, agricoltura, sanità e negli altri ambiti socioeconomici e politici". Il presidente Yayi Boni ha rassicurato la delegazione dicendo che presenterà questa istanza al prossimo summit dell'Ua in Malawi a luglio.(segue)

Tra le richieste dei vescovi africani, anche un appello per promuovere "elezioni giuste e trasparenti" e la presentazione di una campagna che chiede a tutti i Paesi africani la ratifica della Carta africana sulla democrazia, le elezioni e il buon governo. Yayi Boni ha inoltre invitato il Secam a presiedere la conferenza organizzata insieme al Celam (Conferenza dei vescovi dell'America Latina), Caritas internationalis e Cidse a margine del Summit delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile che si svolgerà a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno prossimo (Rio+20)

 

8. AMBIENTE - Santa Sede su Rio+20, è necessaria "una governance internazionale"

(SIR, 9.5.2012) - "La Chiesa da tempo si batte per il riconoscimento del diritto di tutti i popoli di accedere ai beni collettivi, che non possono essere usati in modo indiscriminato ed esclusivo da parte di pochi". Lo ha ricordato oggi mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, intervenendo al seminario promosso dall'Icef (International Court of the Environment Foundation), a Roma, sul tema "Il ruolo dell'Italia per Rio+20 e per il dopo Rio" (Rio+20 è la conferenza sullo sviluppo sostenibile che si terrà a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno 2012, a 20 anni dal Vertice della Terra di Rio del 1992). "Per raggiungere l'obiettivo - ha spiegato mons. Toso - occorre superare la concezione meramente mercantile della gestione di beni quali l'acqua e l'energia. Ma le attuali strutture internazionali appaiono drammaticamente insufficienti". Ecco perché "la Santa Sede sostiene l'esigenza di una governance internazionale dell'ambiente da raggiungere attraverso la creazione di una autorità politica mondiale e attraverso una riforma dell'Unep (United Nations Environment Programme) e della stessa Onu che, per come è concepita oggi, non è organizzata in termini pienamente democratici. Ci facciamo inoltre promotori della nascita di una Corte di giustizia internazionale, che possa monitorare gli impegni assunti dagli Stati e aiutare a rendere effettivo il bene comune mondiale"

 

9. STRANIERI IN ITALIA -  p. La Manna (Centro Astalli), "Dignità umiliata"

(SIR, 13.5.2012) -  "Parlando degli stranieri in Italia non parliamo solo di potenzialità bloccata, ma soprattutto di dignità umiliata. Noi accogliamo persone che vengono quotidianamente offese con la continua negazione dei loro bisogni". Con queste parole p. Giovanni La Manna, direttore del Centro Astalli, ha aperto questa sera a Roma l'incontro sul tema "Stranieri in Italia: una potenzialità bloccata". Al centro della riflessione, moderata dal direttore di Rai News 24 Corradino Mineo, la ricerca di misure concrete per sbloccare lo spreco di capitale umano impiegato in mansioni sottoqualificate e malpagate. "Mortifichiamo le professionalità che accogliamo, costringendole a lavori che nessuno vuole fare. La persona - ha proseguito p. La Manna - è ricchezza in quanto tale, va valorizzata con tutto il suo bagaglio culturale e la sua esperienza e gli deve essere riconosciuta la possibilità di contribuire culturalmente al Paese in cui vive". Dei "nuovi italiani" come di una "realtà vitale" ha parlato il direttore del Censis, Giuseppe Roma, sottolineando come "si siano adattati da soli, perché noi come Paese non li abbiamo aiutati per niente, capaci come siamo di fare solo le politiche di confine. Ciononostante, il 10% delle aziende italiane ha un titolare straniero, e un terzo è composto da donne, soprattutto cinesi".

Secondo i dati Censis, in Italia gli immigrati sono cinque milioni e mezzo, di cui circa due milioni con un lavoro regolare: la metà è impiegata nei lavori di cura, la restante parte si distribuisce tra settore edile e agricolo. "Molti immigrati sono laureati - ha osservato Roma - ma il riconoscimento dei titoli è complicato: è la burocrazia il vero razzismo italiano. Questo Paese non dà spazio a nessuno, ciascuno si fa da sé, se può e fin dove può, inventandosi qualcosa. Dagli stranieri abbiamo molto da imparare, soprattutto il concetto di dignità del lavoro. Noi abbiamo dimenticato che ogni impiego, anche il più umile, non è mai soltanto un modo per mangiare, ma vale moltissimo". Anche a proposito della visione del futuro, il direttore Censis ha sottolineato che "gli stranieri sono l'unica, poderosa forza che guarda in questa direzione. Sanno sperare più di noi: il 74% degli stranieri, a fronte del 41% degli italiani, nutre un'aspettativa positiva nei confronti del futuro, e immagina una società più solidale, benestante, giusta e attenta alle relazioni umane. Gli stranieri sono più motivati di noi: hanno bisogno degli strumenti, e il diritto di voto - ha concluso - potrebbe garantire il volume necessario perché anche la loro voce possa essere udita"

 

10. SRI LANKA - Appesa a un filo la vita di Rizana Nafeek

Colombo (AsiaNews, 11.5.2012) - La vita di Rizana Nafeek, musulmana srilankese condannata a morte in Arabia saudita, è appesa a un filo. Nonostante gli innumerevoli appelli per la sua liberazione mossi a livello nazionale e internazionale da governo di Colombo, ong e Caritas, dal 2005 la giovane è rinchiusa nelle prigioni saudite per il presunto omicidio di un neonato, figlio della famiglia per cui lavorava come cameriera. Dal 2007 è nel braccio della morte. Di recente, anche Catherine Ashton, Alto commissario e vicepresidente dell'Unione Europea (Ue), si è espressa sul caso, dichiarando che l'Ue "sta seguendo la vicenda da vicino" in collaborazione con i funzionari dello Sri Lanka, ma che secondo le autorità saudite "il caso non è ancora chiuso".

Rizana Nafeek, originaria di una famiglia molto povera del villaggio di Mutur (distretto orientale di Trincomalee), era arrivata in Arabia Saudita a soli 17 anni - con passaporto falso - per lavorare come cameriera. Il bambino del suo datore di lavoro è morto mentre lei prestava servizio. Rizana è stata allora accusata di omicidio e condannata a morte con un processo-farsa, basato su una confessione firmata senza che ella ne conoscesse il contenuto perché scritta in un'altra lingua. Lo scorso anno, un funzionario srilankese per i lavoratori all'estero è stato arrestato per aver fornito a Rizana documenti falsi.

Intanto, anche il governo dello Sri Lanka si muove perché il caso di Rizana non cada nel dimenticatoio. Il 9 maggio scorso Dilan Perera, ministro del Lavoro all'estero, ha ricordato che "l'esecuzione è ancora in sospeso" e che una delegazione del Paese è andata a visitare la famiglia del bebè morto, per cercare di chiarire la situazione e chiedere il loro perdono.

Secondo l'Asian Human Rights Commission, l'Arabia Saudita ha uno dei più alti tassi di esecuzioni nel mondo. Alla fine del 2009, Amnesty International ha denunciato la presenza di almeno 141 persone nel braccio della morte in Arabia Saudita, di cui 104 cittadini stranieri. Lavoratori migranti provenienti da Africa, Asia e Medio Oriente sono le principali vittime. [Melani Manel Perera]