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Il dossier di Dicembre 2007
Storie italiane: Vittorio Bachelet : nella preghiera il perdono. Paolo Borsellino: vedere l'uomo per perdonare
  di La Redazione


 

Molti faticano a rivivere oggi il clima teso degli anni di piombo, quelli del terrorismo e delle stragi. Da Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, il Paese fu attraversato da un segno di sangue. Bombe sui treni e nelle piazze, in obbedienza a disegni tuttora misteriosi. E attentati alle persone: gambizzazioni, rapimenti, uccisioni. Una lacerazione profonda divise l'Italia, un senso di paura e di sospetto di tutti verso tutti. Dopo le speranze e le utopie degli anni '60, il decennio successivo fu la stagione dell'inimicizia civile. Della frattura tra giovani e adulti, tra rossi e neri, tra cittadini e istituzioni. C'era chi sparava e chi chiedeva la pena di morte.

Se è difficile ricordare quel clima, quasi impossibile è rivivere l'emozione (non dirò della morte, che tutti conoscono) ma quella creatasi ai funerali di Vittorio Bachelet, il 14 febbraio 1980, due giorni dopo il suo assassinio all'Università di Roma dove insegnava. Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura e soprattutto conosciuto per essere stato per molti anni al vertice dell'Azione cattolica italiana, era stimatissimo in tutto il Paese. Nella gran chiesa di San Roberto Bellarmino, blindata, c'erano tutte le autorità dello Stato, rappresentanti di tutte le istituzioni che piangevano accanto ai comuni cittadini e ai giovani. Celebrava il cardinale Poletti, presidente della Cei. In diretta Tv tutta Italia poté vedere, alla preghiera dei fedeli, un giovane dal volto sconosciuto che saliva all'altare. Era Giovanni, il figlio di 24 anni, tornato in fretta dagli Stati Uniti. Disse: «Preghiamo per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga, per i nostri governanti, per tutti i giudici, per tutti i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia, per quanti oggi nelle diverse responsabilità della società, nel parlamento, nelle strade continuano in prima fila la battaglia per la democrazia con coraggio e con amore. Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri».

L'impressione fu enorme anche per la semplicità e la totale mancanza di retorica. Parole vere ed equilibrate, in difesa della democrazia e della legalità, ma anche espressione di grande pace e bontà, sottolineate dai canti con i quali gli amici di Giovanni accompagnavano la liturgia. Molti intuirono in quel momento che la vera risposta al terrorismo era lì, davanti a loro.

Oggi i cattolici si chiedono come fare a essere più presenti nella società. L'interrogativo è complesso e persino ambiguo, ma una risposta c'è: fare come Bachelet. Far crescere tanti cittadini credenti, laici cristiani come Vittorio Bachelet. Non è facile, ma forse non ci proviamo neppure perché troppo alta e disinteressata appare la loro testimonianza, troppo pericolosa la loro libertà, poco redditizia la loro militanza.

Vittorio condivideva la convinzione che il cardinale Ballestrero, arcivescovo di Torino, riassumeva così: "Preferiva essere uno sconfitto a motivo della sua mitezza che non un vittorioso a motivo della sua forza".

A CURA DI ANGELO BERTANI

 

 

 

PAOLO BORSELLINO:VEDERE L'UOMO PER PERDONARE

Membro del pool antimafia dal 1980, Paolo Borsellino, Procuratore aggiunto di Palermo, viene fatto saltare in aria da Cosa Nostra il 19 luglio 1992 mentre si recava a trovare la madre, in via D'Amelio, morendo insieme a cinque agenti della scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudia Traina). Rita Borsellino è la sorella del magistrato.

 

 

Cosa vuol dire perdono? Ho dovuto misurarmi con questa domanda terribile subito dopo la morte di Paolo. Mentre mi aggiravo tra le macerie della mia casa e dei miei affetti, un giornalista impietoso mi chiese: "Lei perdona gli assassini di suo fratello?". Mi turbò profondamente quella domanda, mi obbligò a riflettere. Era difficile per me in quel momento anche soltanto prendere coscienza di ciò che stavo vivendo. Mi interrogai sui miei sentimenti e ringraziai Dio di non provare odio nei confronti di chi tanto male mi aveva fatto. Pensavo che il fatto di non conoscere il volto di quelle persone fosse la causa di ciò.

E quando l'anno successivo fu catturato Totò Riina, il capo dei capi, e potei vederne le immagini trasmesse dai telegiornali, ancora una volta mi interrogai senza sapermi dare risposta. Fu mia madre, che a 85 anni aveva visto morire il figlio amatissimo e aveva vissuto l'esperienza terribile dell'esplosione, che sussurrò alle mie spalle: "Che pena mi fa quell'uomo", illuminando i primi passi di quello che sarebbe stato il cammino difficile e bellissimo del perdono. Bisogna mettere insieme la testa e il cuore, bisogna essere capaci di vedere in chi ti ha fatto del male l'uomo, l'uomo con le sue colpe, i suoi errori, ma uomo da conoscere, da capire e alla fine da amare.

 

IL CAMMINO DEL DARE

E DEL RICEVERE

Lo faceva Paolo quando si trovava a interrogare uomini che si erano macchiati di delitti anche gravi, talvolta suoi ex compagni di gioco nel quartiere povero e degradato dove eravamo cresciuti. Noi in una condizione di privilegio perché figli del farmacista, loro figli di pescatori o di povera gente. "Quando", si chiedeva Paolo, "avevano preso una strada sbagliata e nessuno se ne era accorto?". Mia madre aveva capito e provava pena per un uomo che si era abbrutito tanto di rischiare di spegnere la scintilla divina che come ogni uomo aveva dentro. Perdonare allora non significa far finta che non sia successo nulla. Nessuno può chiedere questo. Significa volere fortemente giustizia, non vendetta. Far sì che chi ha sbagliato prenda coscienza del male fatto e sentirsi disposti ad accompagnare in questo difficile percorso chi ti ha fatto del male. Operare in modo che non si ricreino le condizioni per cui altri possano scegliere di intraprendere strade sbagliate. Accompagnar chi per condizioni sociali, economiche, familiari, può più facilmente incorrere nella tentazione di scegliere scorciatoie pericolose. Condividere, insomma, un cammino comune con la consapevolezza che ognuno ha qualcosa da dare e da ricevere.

Diceva Papa Giovanni Paolo II "Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono" ma è pur vero che non può esserci perdono senza giustizia.

E da lì che bisogna partire, dalla giustizia, dal bisogno di giustizia della vittima che deve trovare pace dentro di sé per potere costruire pace attorno a sé. Pace da vivere, da donare, da condividere. Pace e perdono, i soli capaci di interrompere quei circuiti di odio e di vendetta che provocano solo altro odio in una spirale di violenza e di abbrutimento senza fine.

A CURA DI RITA BORSELLINO




© Missione Oggi, Dicembre 2007