Il problema della sopravvivenza con i rifiuti è ormai di natura planetaria. Né da un'ulteriore prova l'ampio servizio apparso su Avvenire (24 giugno 2012) e che riproponiamo qui di seguito.
I titoletti sono della nostra redazione.
Credito fotografico: AFP
IL POPOLO DEI RIFIUTATI SOPRAVVIVE CON I RIFIUTI
di Lucia Capuzzi
Come 247 campi da calcio allineati. Uno dopo l'altro, 370 ettari di terra rossa e immondizia galleggiano sulle acque salmastre di quello che in un tempo lontano fu il lago Texcoco. Dalle sue rive - raccontano le cronache azteche - non si riusciva a scorgere la sponda opposta.
La città della spazzatura
Allo stesso modo, ora non si vedono i confini del Bordo Poniente, la "città della spazzatura", nella periferia orientale dell'immensa capitale messicana. Come una vera metropoli, El Bordo brulica di vita. Centinaia di camion della nettezza urbana affollano il viadotto sterrato che conduce all'entrata. Dentro si sente lo sferragliare delle ruspe che rimestano tra i rifiuti. È frenetica la routine di quella che fino a qualche mese fa era la più grande discarica dell'America Latina e del mondo. Ora non lo è più perché formalmente - dal 19 dicembre scorso - Bordo Poniente è chiuso.
Le guardie all'ingresso lo ripetono come una cantilena. Alla domanda: «Ma allora dove vanno i camion?», però, restano spiazzate. Per entrare, è necessaria una lunga contrattazione. Solo l'arrivo di un delegato di «Don Pablo», riesce a far dischiudere il cancello del Bordo. Pablo Téllez è il leader del Frente único, il sindacato che riunisce i 1.500 "pepenadores" dell'immondezzaio. Per 18 anni, questi ultimi hanno setacciato le 12mila tonnellate quotidiane di rifiuti urbane per dividere il materiale riciclabile - e, dunque, rivendibile -, vetro, metallo, legno, stoffa, da quello che doveva essere interrato nelle viscere del Bordo. Ora queste ultime sono sature, dicono le autorità: la discarica va chiusa. «Noi dove andremo? Come sopravvivremo? Non sappiamo fare altro», afferma don Pablo.
L'economia informale dei rifiuti
Nell'autunno del 2011, i pepenadores hanno scatenato feroci proteste per evitare la chiusura dell'immondezzaio, impedendo ai camion di scaricare la spazzatura. I rifiuti sono rimasti nei cassonetti e ben presto hanno invaso le strade di Città del Messico. Alla fine, il sindaco Marcelo Ebrad ha trovato un compromesso. Il Bordo è stato chiuso «in parte». Per i prossimi 25 anni, i rifiuti continueranno ad essere portati lì, in via informale, dove i pepenadores preleveranno il riciclabile. Il rimanente, invece di essere interrato nel Bordo, verrà portato in nuove discariche più moderne, dove verrà trasformato in combustibile. Certo, il processo è dispendioso e l'equilibrio resta precario. La tensione forte.
«Sa quanto guadagna un pepenador? 5-800 pesos alla settimana (tra i 28 e i 45 euro). Vogliono toglierci anche quello», sbotta don Pablo. Maglietta verde, lineamenti marcati da indio, Téllez pronuncia un lungo monologo seduto dietro la scrivania. Il suo studio è la stanza principale del capannone centrale del Bordo, circondato da montagne di spazzatura. Non è un modo di dire: i cumuli superano i 10 metri di altezza.
«Prima erano molto più grandi - continua don Pablo -. Ora i rifiuti sono diminuiti. Stanno arrivando meno di 3mila tonnellate. Il resto se lo prendono i trasportatori». La spazzatura è uno settori più floridi dell'economia informale messicana. Ben un quarto della popolazione vive da lavori - regolari o meno - legati alla sua raccolta. Solo nella capitale ci sono 8.500 impiegati che ritirano i rifiuti porta a porta, tremila che li accompagnano volontariamente nella speranza di essere prima o poi assunti, 2.500 conducenti dei camion e 3.500 aiutanti. Oltre a 15mila pepenadores. Ogni tentativo di modernizzare il sistema scatena conflitti. «Vogliono costringerci ad andare via, senza prendersi il disturbo di cacciarci. E i trasportatori sono loro complici».
I compromessi con la politica
Alla domanda «Di chi?», risponde secco: «Loro, i politici». Le pareti dello studio sono tappezzate di fotografie: un allora giovane don Pablo sorride accanto a vari ex presidenti del Messico, Carlos Salinas de Gortari, Ernesto Zedillo... «Li conoscevo bene. Eppure sono un povero analfabeta nato e cresciuto in un immondezzaio, a Colonia Pensil. Ho cominciato a raccogliere rifiuti a sei anni». Fino al 2000, durante i 70 anni di egemonia del Partido revolucionario institucional (Pri), i pepenadores erano un'importante bacino di supporto e voti.
Tutti - deputati, senatori, governatori, sindaci, perfino presidenti - erano interessati a mantenere buoni rapporti coi loro leader. Prima con Rafael Gutiérrez Moreno, soprannominato «lo zar della spazzatura» perché grazie ai suoi legami politici costruì un impero dall'immondizia e divenne milionario. Poi, quando fu ucciso dalla sua compagna, nel 1987, i rifiuti della Città del Messico e dello Stato limitrofo furono convogliati in tre discariche: Santa Catarina, San Juan de Aragón e Bordo Poniente. Quest'ultimo fu aperto nel 1994 e affidato dall'allora presidente Salinas a Téllez. L'idea era quella di "regolare" il lavoro dei pepenadores.
«Per prima cosa ho impedito di impiegare i minori. Poi, ho diviso i pepenadores in squadre e li ho organizzati in turni di 6 ore. Tanti, grazie alla spazzatura hanno costruito una vita dignitosa». Dal 2000, però, è cominciata l'alternanza politica e una pluralità di partiti governa le diverse istituzioni. «Altro che pieno. Bordo Poniente è al centro di una guerra tra il municipio, il governo statale e quello nazionale - si infervora don Pablo mentre racconta -.Quest'ultimo vuole impossessarsi del terreno per costruirci un grande aeroporto. Ma noi resteremo qui almeno per altri venticinque anni».
EUROPA
· MOLDAVIA / Nel cuore di Chisinau: nessuno li ha mai contati.
Chisinau, capitale della Mo ldavia, con circa 700.000 abitanti, secondo il giornale "Moldova Noastra", si trova sulla soglia del collasso per le immondizie. Una sola discarica in via Zavodskaja deve smaltire da 3.500 a 4.200 metri cubi di rifiuti al giorno. Qui «letteralmente nell'immondizia fino alla cintola, si affannano centinaia di donne denutrite, uomini e anche bambini». Non ci sono dati numerici complessivi.
Giovanni Sensi
· SPAGNA / Trasformati dalla crisi in raccoglitori di tutto.
A Madrid e Barcellona il fenomeno dei «chatarreros» è in crescita: raccattano cartone, metalli e materiale riciclabile sfidando la legge.
Raccolgono ferri vecchi, pezzi di metallo, infissi rotti, scarti di alRaccolgono La chiamano «chatarra»: rottame. E con la crisi è diventata l'unica fonte di reddito per migliaia di persone: a rovistare nei cassonetti sono immigrati clandestini, sub-sahariani, latinoamericani, rom, ma anche homeless e pensionati spagnoli. L au-mento esponenziale dei chatarreros è una delle crudeli facce della crisi in Spagna: un Paese con un livello di disoccupazione a124% e un 26% di povertà infantile, ovvero 2,2 milioni di bambini sotto la soglia di povertà.
L'apertura e la ricerca nei contenitori dell'immondizia non è un fenomeno nuovo, ma a Barcellona sta diventando frequente, troppo frequente. Un tempo era "esclusiva" di famiglie di gitani e rom, ma con la crisi economica il profilo di chi caccia rame e metallo è cambiato. Girano per tutto il giorno armati di sgangherati carrelli della spesa in cui caricano la merce: quando va bene, intascano anche 10 euro.
Ma la crisi economica non ha modificato solo l'identikit di chi rovista nella spazzatura: ormai si recupera un po' di tutto, non solo metalli. Il cartone è diventato più ambito, tanto che nell'ultimo anno a Madrid qualcuno ha paragonato il fenomeno a quanto accaduto in Argentina con i cartoneros, al culmine della crisi finanziaria dei "tango bond". Realtà differenti, certo, ma con pericolose similitudini: l'aumento della povertà, una crisi prolungata, il rischio del degrado urbano di alcune zone.
Lo scorso luglio in Spagna è entrata in vigore una legge che proibisce la raccolta di materiali residui metallici, dal ferro al rame. Era agosto: per la prima volta nella storia del Paese iberico, a Madrid 200 chatarreros organizzarono una protesta contro quella normativa. «La spazzatura è l'unica cosa che abbiamo, non ce la togliete»; «La nuova norma lascerà senza cibo migliaia di famiglie». Quegli striscioni così duri e imbarazzanti per un Paese europeo che ha vissuto anni di entusiasmo economico, richiamavano inevitabilmente i confronti con l'Argentina del 2000 e i suoi carretti di raccoglitori di cartoni.
Ma la povertà e le necessità dei nuovi poveri rischiano di diventare terreno fertile o copertura per organizzazioni illegali. Parallela alla raccolta differenziata regolare - pagata dai municipi - si è sviluppata una rete clandestina di camion e saccheggiatori. I "ladri" di carta e cartone che operano soltanto nell'area metropolitana di Barcellona incassano 1,5 milioni di euro all'anno, rubando il 19% del materiale riciclabile raccolto pazientemente dai cittadini. La polizia urbana ha rafforzato i controlli: «Le nostre azioni sono dirette contro i gruppi organizzati, con una metodologia ben definita. Non contro i cartoneros tradizionali», assicurano gli agenti.
Michela Coricelli
AFRICA
· EGITTO / Gli zebelin del Cairo, «semi-casta» di cristiani copti.
Vivono a ridosso della capitale egiziana II Cairo. Della raccolta della spazzatura hanno fatto una professione gli zebelin egiziani (dalla parola zebela, pattume), semi-casta formata da cristiani copti, che riutilizzano il materiale riciclato con i maiali, allevati solo dai cristiani visto che per i musulmani sono animali impuri. L'allarme per una possibile epidemia di influenza suina, nel 2009, ha spinto le autorità a fermare le porcilaie: da qui il peggiorare delle condizioni degli zebelin, già ultimi degli ultimi nel cuore più sporco della metropoli egiziana a due passi dalle piramidi.
Federica Zoja
· KENYA / Dandora, cuore nero e disperato di Nairobi.
C'è chi cerca bottiglie, un tubo di ferro per ricavare qualche scellino. E di fronte alla fame è pronto a contendere una lisca di pesce.
Pandora è la discarica di rifiuti più famosa e più grande del Kenya e più inquinata della Terra. Ma ognuna delle centinaia di piccole e grandi baraccopoli che brulicano il centro di Nairobi, ha il suo "cuore nero', dsperato e maleodorante, dove la città ci abbandona gli scarti della vita quotidiana. Non esistendo fogne, inceneritori, ne alcun minimo sistema valido per lo smaltimento dei rifiuti, tutti si arrangiano così.
Non esistendo discariche organizzate come neppure i gabinetti, nelle baraccopoli si usano le flyng-toilette: sacchetti di plastica con il loro contenuto organico che vengono poi lanciati in un vicolo. Centinaia di migliaia di individui, a Nairobi, vivono in questo modo, e nelle discariche dei rifiuti ci piegano la schiena in cerca di qualcosa di cui poterci vivere, mentre respirano veleni.
In queste discariche che crescono come
montagne e che si staglino all'orizzonte dei tetti di lamiera rugginosa, e, sempre fumanti di diossina, arriva di tutto a cominciare dai rifiuti dei ridi alberghi, soprattutto avanzi di cibo. Chi ci mette le mani per cercare un vecchio vestito, una bottiglia di vetro, un tubo di ferro, dei chiodi, qualcosa di ancora valido da poterci ricavare qualche scellino, di fronte alla fame è capace di contendersi una lisca di pesce con un marabu, le jene del cielo.
Ma sugli scarti depositati dai grandi hotel si accumulano rifiuti ancora più pericolosi: come quelli ospedalieri. Scaricati dalle cliniche private che non rispettano la legge e che si sbarazzano non solo del materiale inerte - come siringhe: medicinali scaduti e garze sporche e infette, ma può capitare anche di trovare resti di interventi chirurgici.
Preziosi sono vetro, ferro e plastica, e a dar loro l'assalto sono i ragazzini. Sotto gli occhi di chi controlla il racket dei rifiuti. Le donne, ragazze madri o vedove, parcheggiano i loro bambini su cumuli di rifiuti, a respirare le esalazioni tossiche, prima di mettersi alla ricerca di cocci di birra o del le lattine di bibita, da rivendere a chi ricicla vetro e alluminio.
Centinaia sono i ragazzi di strada che a Nairobi dormono dentro le discariche, come quella di Dandora. Per casa hanno una tenda improvvisata con scarti di cartone e cellophane. Vogliono essere i primi, all'alba, nella corsa per scavare tra i rifiuti che saranno scaricati dai camion.
Vite quotidianamente a contatto con un ambiente inquinato e pericoloso, punte da una siringa infetta, a piedi nudi in mezzo ai vetri, a respirare il fumo del fuoco che brucia la gomma di uno pneumatico o qualche liquido misterioso, legni, stracci sporchi, con la schiena curva per vivere di rifiuti.
«Sono i poveri dei poveri, destinati a una esistenza di malnutrizione diffusa e malattie diffuse. A condizioni ambientali tossiche e non solo per loro che ci mettono mani e polmoni, perché il problema riguarda tutta la popolazione di Nairobi. Anche di quella che si crede al riparo nei quartieri ricchi. E incidenza dei casi di cancro sta segnando un aumento a dismisura negli ultimi vent'anni - osserva da Nairobi il dottor Gianfranco Morino, chirurgo tropicale, fondatore di World Friends - Amici del Mondo Onlus -. E se poi consideriamo che in tutta l'Africa orientale ancora non c'è un centro ospedaliero specializzato in oncologia (mentre l'attenzione sanitaria resta focalizzata sulle questioni legate a malaria, Aids, o tubercolosi), non ci accorgiamo che il futuro nelle megalopoli africane, proprio a causa di queste realtà d confine umano della disperazione, registrerà un aumento esponenziale dei casi di cancro. Quello che vediamo emerge-re oggi è solo la punta di un iceberg».
Gli «insediamenti informali», come il governo del Kenya classifica le baraccopoli a Nairobi, e che vanno da un minimo di dieci baracche, alle settecentomila persone dello slum di Kibera, sono stimati in 240, e ognuno si "coltiva" il suo disastro nauseabondo di discarica, brulicante di gente che cerca la vita. Ma dove a uccidere, spesso, sono anche i morsi dei cobra.
Claudio Monici
ASIA
· CINA / Guiyu, il «buco nero" della tecnologia elettronica.
Guiyu, provincia del Guangdong, è un "buco nero" nella pretesa di benessere della Cina. La città è il maggior centro dello smaltimento di materiale tecnologico del Paese (computer, stampanti, video ecc. .), ma la "materia prima" arriva da ogni parte del mondo. Per un compenso di 8-10 dollari al giorno, si lavora a contatto con materiali tra i più tossici. Acidi utilizzati per sciogliere la plastica, piombo, diossina hanno in quinato aria, suolo e acqua, provocando un elevato numero di tumori, aborti spontanei e malformazioni.
Stefano Vecchia
· BANGLADESH / Nel cimitero delle navi per pochi dollari al giorno.
Per una ventina di chilometri, la costa presso Chittagong, seconda città del Bangladesh, è caratterizzata dalle attività di demolizione di navi non più in grado di tenere il mare. Senza strumenti adeguati, con scarsa attenzione ai danni ambientali e alla salute, migliaia di adulti e bambini trovano un impiego per 10-12 dollari al giorno in questa sorta di cimitero delle navi. Una "industria", tollerata per necessità, che è vita - sebbene precaria - per tre milioni di persone, ma condanna per tanti che vi prestano la loro opera.
Stefano Vecchia
AMERICA LATINA
· BRASILE / Dopo 34 anni Gramacho ha scacciato i «catadores».
Per 34 anni, Gramacho è stata la maggior discarica di Rio de Janeiro. Ben 1.700 "catadores" (raccoglitori) frugavano nei 130 ettari di superficie, coperta di rifiuti, alla ricerca di qualche materiale da rivendere. Ora, però, il flusso di 9mila tonnellate di spazzatura al giorno è stato interrotto. Le autorità l'hanno chiusa perché temevano che la terra porosa della zona facesse filtrare i rifiuti nella baia limitrofa, inquinandola. I catadores ora, con la chiusura, hanno perso la loro unica fonte di reddito.
Lucia Capuzzi