Impegnati nella «guerra al terrorismo» con l'invio di un numero crescente di soldati in tutto il mondo, dall'Iraq all'Afghanistan, gli Stati uniti devono far fronte a una difficoltà: trovare i soldati per combatterla. In effetti, i loro cittadini sono poco entusiasti all'idea di morire per la patria. Così con la promessa di un passaporto americano, l'esercito ne ha arruolati di stranieri. Avvalendosi anche di agenzie di sicurezza private che reclutano in Africa ausiliari «da buttar via» dopo l'uso.
Qui di seguito presentiamo un ampio articolo apparso su Le Monde diplomatique / ilmanifesto
(n. 5, anno XIX, maggio 2012). Traduzione di L.R.
I titoletti sono della nostra redazione.
Credito fotografico: Sergey Ponomarev/AP
Manodopera usa e getta
di Alain Vicky
«Mi sono reso conto subito di aver commesso l'errore più grande della mia vita. Ma era troppo tardi. Avevo firmato per un anno. Dovevo comportarmi da nomo», sospira Bernard[1], assunto da una compagnia di sicurezza privata americana in Iraq. Questo giovane ugandese appartiene all'«esercito invisibile»[2] reclutato dagli Stati uniti per sostenere lo sforzo bellico. Di ritorno al suo paese alla fine del 2011, malato, si vede negato ogni diritto alla protezione sociale e sanitaria, diritti tuttavia previsti dal suo contratto.
Mentre i loro colleghi espatriati bianchi - americani, israeliani, sudafricani, inglesi, francesi o serbi, assunti da società sotto contratto con il Pentagono (con transazioni per un valore di circa 120 miliardi di dollari dal 2003) - hanno beneficiato di confortevoli stipendi che spesso superano i 10.000 dollari mensili, i cittadini stranieri («cittadini di paesi terzi», Tcn) come Bernard hanno conosciuto solamente l'arbitrio, il disprezzo del diritto del lavoro e i maltrattamenti. A volte feriti e rimandati a casa senza troppi complimenti, non ricevono oggi né assistenza né sostegno dai loro ex datori di lavoro.
Addetti alle necessità di base
Nel giugno del 2008, all'inizio del ritiro delle truppe americane dall'Iraq, ci sono 70.167 Tcn per 153.300 soldati regolari. Alla fine del 2010 sono invece 40.776, quasi lo stesso numero degli americani (47.305). Per la maggior parte sono uomini e donne reclutati nei paesi del Sud. A migliaia, vengono incaricati delle, attività più disparate nelle venticinque basi militari americane in Iraq, tra cui la famosa Camp Liberty, una «piccola città statunitense» costruita nei pressi di Baghdad, che ha contato al suo apice più di 100.000 residenti. I Tcn - che rappresentano il 59% degli effettivi del settore detto delle «necessità di base» - si occupano di cucina, pulizie, manutenzione degli edifici, fast food, elettricità e persino delle cure estetiche delle donne soldato.
Alcuni possono essere assegnati alla sicurezza degli impianti, a volte assieme ai soldati regolari. È il caso delle reclute africane, che controllano gli accessi e le fortificazioni delle basi. Questi africani sub-sahariani hanno fornito oltre il 15% dei vigilantes reclutati dalle società militari private per conto del Pentagono.
L'impiego dei veterani ugandesi
Tra queste guardie a basso prezzo, gli ugandesi sono in maggioranza: probabilmente vicini alle 20.000 unità. Crudele paradosso, sono a volte utilizzati per reprimere quelli come loro, come nel maggio del 2010, quando sono stati chiamati a sedare la rivolta di circa 1.000 Tcn originari del subcontinente indiano, a Camp Liberty.
L'eccessiva presenza degli ugandesi in Iraq è spiegata dal contesto politico dei primi anni 2000 in Africa centrale. All'epoca, ad est dell'Uganda, la crisi dei Grandi laghi è ufficialmente terminata. Al nord del paese, i ribelli dell'Esercito di resistenza del Si gnore sono ormai domati. Nel vicino Sudan la guerra civile è finita e ha aperto la strada all'indipendenza del sud del paese[3]. Più di 60.000 uomini delle truppe ugandesi si ritrovano perciò smobilitati. A quel punto, l'Iraq sembra loro uno sbocco. Inoltre Kampala, principale alleato statunitense nella regione, è una delle poche capitali africane che sostiene l'amministrazione Bush dallo scoppio della guerra, nel 2003. Dalla metà degli anni '80, i militari dei due paesi collaborano tra loro. «Nel 2005 esplode la richiesta americana di personale paramilitare e di sicurezza racconta il giornalista e blogger ugandese Angelo Izama. E poiché il Pentagono cerca manodopera anglofona, effìciente e dotala di esperienza bellica, si rivolge naturalmente all'Uganda»[4].
Gli imprenditori delle guerre
Secondo Norbert Mao, candidato escluso dal Partito democratico alle presidenziali del 2011, l'invio di ugandesi in Iraq risponde anche a un'altra motivazione: «l veterani disoccupati possono creare problemi. Così l'Iraq sembrava al governo una buona soluzione per sbarazzarsi dei congedati»[5]. Per alimentare questo nuovo settore, precisa, «società fondate da ex militari americani hanno stabilito dei rapporti con altre create da ex alti ufficiali dell'esercito ugandese».
Sorellastra di uno degli imprenditori più famosi nel settore della sicurezza in Uganda - il generale Salim Saleh, che è anche il fratello del presidente Yoweri Museveni -, Kellen Kayonga ha così fondato la società Askar. Dalla fine del 2005, quest'ultima recluta per Special operations consulting (Soc), fondata in Nevada da due ex ufficiali americani. Il suo principale concorrente sul mercato locale, la società pakistana Dreshak international, lo stesso anno apre la sua filiale a Kampala e inizia a lavorare per l'agenzia militare privata americana Eodt, che opera in Iraq.
A partire dal 2006, una decina di quelli che Mao chiama «gli imprenditori del conflitto» si sono stabiliti nel paese. Nei quartieri popolari di Kampala, l'Iraq diventa la nuova frontiera dei kyeyos (lavoratori disposti ad emigrare). Un ex militare in rafferma può guadagnare fino a 1.300 dollari (1.000 euro) al mese, molto al di sopra dei salari offerti a Kampala dal florido settore della sorveglianza e della protezione civile.
La concorrenza
Nel 2007, più di 3.000 ugandesi sono dispiegati in Iraq. Nel 2008 sono 10.000. I loro principali datori di lavoro sono le imprese americane Torres, DynCorp, Triple Canopy, Sabre e Soc. «E' allora che le cose sono iniziate a degenerare in una guerra dei prezzi», prosegue Izama. Con il pretesto della saturazione del mercato dei kyeyos, «i salari scendono. Tanto più che il lavoro all'estero non è regolato in Uganda. D'altra parte, a quel punto non si cercavano più solamente veterani. Da allora chiunque può patire per l'Iraq». Un simile dumping, che gioca sulla concorrenza di una nuova manodopera reclutata in Kenya e in Sierra Leone, si sviluppa senza che il ministero del Lavoro ugandese trovi nulla da ridire. Alla fine del 2009, i salari scendono sotto la soglia dei 700 dollari. Nel frattempo, per ogni guardia ugandese assunta, la società statunitense Sabre intasca 1.700 dollari (1.300 euro) dal governo americano. Askar, a sua volta, incassa 420.000 dollari (320.000 euro) per 264 guardie dispiegate in Iraq al seguito dell'americana Beowulf.
Rivelati dalla stampa ugandese, i primi casi di sfruttamento dei kyeyos iniziano a trapelare nel 2008. Ma Kampala continua a fare orecchie da mercante accontentandosi di rafforzare, grazie ad alcune operazioni di pulizia nell'ambiente degli operatori, la posizione delle società più potenti... e più vicine al presidente Museveni. Secondo Mao, «andare in Iraq era come aggrapparsi a un coccodrillo credendo che ti avrebbe salvato dall'annegamento». Nel dicembre 2011, i salari dei kyeyos d'Iraq scendono a 400 dollari al mese (300 euro), per sei giorni di lavoro a settimana e dodici ore al giorno.
L'ingaggio
Tutti gli uomini e le donne che abbiamo incontrato, di età compresa tra i 21 e i 32 anni, vi erano stati inviati dal dicembre 2009. Prima dell'Iraq, la maggior parte di loro, originaria delle campagne, aveva lavorato per le società di sorveglianza della capitale ugandese. Due di loro avevano studiato all'Università di Makerere. È duro per loro raccontare cosa hanno sopportato, intervallando le loro confidenze a lunghe pause imbarazzati.
Ed è presso Dreshak, la cui filiale ugandese si trova al centro di Kampala, che la loro avventura ha avuto inizio. Per due mesi, i kyeyos hanno seguito una formazione militare destinata a testare le loro capacità. La formazione non era retribuita, e la compagnia forniva solo da mangiare. Al termine di questo periodo, Dreshak ha chiesto loro di rientrare a casa e aspettare di essere richiamati. Per alcuni l'attesa è durata tre mesi. Il giorno in cui vengono finalmente convocati rappresenta un punto di non ritorno. «Non c'era alternativa, ricorda uno di loro. Durante l'attesa avevamo speso soldi senza guadagnarne. Alcuni di noi avevano persino venduto tutto, a parte le sedie. La sola cosa che restava da fare era firmare. E in queste condizioni, avrebbero potuto farci accettare qualunque cosa». Il contratto è composto da undici pagine da firmare in quindici minuti.
È solo quel giorno che i lavoratori conoscono il nome del loro datore di lavoro finale: l'americana Soc. Bernard si ricorda di aver esitato prima di firmare. «Lavoravo nel servizio internet di un'impresa, e quando ho visto il salario che ci offrivano, mi sono davvero chiesto se ne valesse la pena. C'erano giusto 300.000 shilling [circa 90 euro] di differenza al mese». Dietro le insistenze degli amici e le pressanti telefonate di un «responsabile americano», Bernard si decide a partire. Due giorni e sette ore di volo più tardi, posa i piedi sull'asfalto dell'aeroporto internazionale di Baghdad.
In Irak: soprusi e arbitrio
A tre quarti d'ora di elicottero dalla capitale irachena, la base aerea dì Al-Assad rappresenta un altro piccolo pezzo d'America in terra araba. L'unità di Soc raggiunta dai kyeyos ospita circa ottocento dei loro concittadini, controllati da una manciata di espatriati ugandesi che prendono ordini dai superiori americani. Dopo un mese di addestramento, ancora una volta non pagato, i nuovi ammessi fanno conoscenza con le asfissianti haboobs (tempeste di sabbia) e le rigide notti invernali.
Devono aspettare mesi per ottenere l'attrezzatura promessa dalla Soc. I guanti di protezione dal freddo notturno arrivano solo alla fine dell'inverno. Alcuni sono costretti ad acquistare la blusa militare al Px (negozio) di AI-Assad, sacrificando 25 dollari (19 euro) della loro già misera paga. Persino l'equipaggiamento militare che ricevono non è a norma: Ak-47, cartucciera, casco e giubbotto antiproiettile sono di seconda mano - «cinese», ironizzano i kyeyos. Più pesantemente bardati dei soldati regolari, e meno protetti «di fronte a un cecchino che può aggiustare il tiro a centinaia di metri», si occupano in particolare di vigilare sui circa cinquecento veicoli che entrano ogni giorno nelle fortificazioni di AI-Assad.
Nel corso delle settimane, scoprono che la minaccia si trova persino all'interno della loro unità: i loro superiori li spingono al limite, ben oltre ciò che è permesso dal loro contratto e dai loro limiti fisici. Alcuni sono costretti a lavorare fino a 15 ore al giorno. Le vacanze (non retribuite) nel loro paese, garantite dopo un anno di missione, sono continuamente rinviate. «Viviamo sotto pressione, nel terrore, persino la notte - rivelano alcuni di questi congedati -. Non potevi dir loro nulla. Potevano decidere della tua vita, spostarti dove volevano, specialmente nei posti più pericolosi, se ti giudicavano fastidioso».
Le clausole disciplinari del contratto tipo
Per domare i recalcitranti. Soc ricorre a una soluzione inoppugnabile: la rottura del contratto senza indennità. Sulle ventuno clausole disciplinari delle due pagine di contratto fornito dalla società, che siamo riusciti ad ottenere, il punto 4, denominato «Termine del servizio», in teoria non si applica che al termine di una lunga serie di inadempienze. Ma sul terreno la realtà si rivela ben più spietata, perché Soc si riserva il diritto di «prendere altre misure disciplinari» in caso di infrazioni non previste: «Ricevevi una lettera di avvertimento, per esempio perché non portavi il casco,fuori servizio, e per quelle due settinane ti toglievano la paga. Eppure dovevi lavorare!» Sinistra ironia: nel suo codice di condotta, Soc richiede ai suoi Tcn di «rappresentare degnamente gli ideali della Repubblica dell'Uganda» e di astenersi dall'«infangare la sua immagine all'estero».
Il contratto tipo presso Soc prevede inoltre che un kyeyo sarà licenziato se impossibilitato a lavorare a causa di malattia, infortunio o incidente per un minimo di trenta giorni su un periodo di quattro mesi. Privilegiato dal momento che lavorava nell'amministrazione di Soc, Bernard ha visto decine di suoi compatrioti licenziati senza troppe cerimonie. «Durante le lunghe tempeste di sabbia - ricorda - gli uomini prendevano otiti o sinusiti. Avevano problemi agli occhi o anche ai polmoni. Ma quando andavano a farsi curare, gli davamo solo aspirina. E quando tornavano, perché non ben curati, li licenziavamo. Soc non voleva pagare la minima spesa medica. Come ci dicevano, erano là per fare affari.»
La storia di Bernard
Nell'estate del 2011, Bernard inizia a sentire dolore alle ginocchia. Un «medico» di Soc gli somministra un corticosteroide: «Era ancora peggio.» La pelle del suo viso comincia a squamarsi: «Così ho incontrato un altro medico, o presunto tale, che ha iniziato a cercare informazioni su Google!» Qualche settimana più tardi, Bernard è licenziato. Dopo venti giorni di transizione, in cui è lasciato a se stesso in un campo di Baghdad, riesce a prendere un charter per Kampala. Era l'autunno del 2011, una decina di giorni prima che lo incontrassimo. Bernard non ha ancora visto la madre, per paura che si spaventi nel vedere lo stato, impressionante, del suo viso. In compenso si è recato dal suo medico di famiglia: «Gli ho spiegato cosa mi avevano prescritto. Mi ha detto che era stato il peggiore degli errori, e che ora avrei solo dovuto lottare per la mia guarigione. Mi ha fatto una lista di cure. Non mi era mai capitata una cifra così alta in tutta la mia vita: più di 300.000 schilling. Devo trovare dei soldi per proseguire il mio trattamento, ma alla Dreshak non vogliono sentirne parlare. Quanto a Soc, non ne ho alcuna notizia».
Come tutti í cittadini stranieri che lavorano per una società militare privata americana sotto contratto con il Pentagono, i kyeyos rientrati dall'Iraq malati o feriti sono in principio coperti dal Defense base act. Quest'ultimo garantisce (oro che la compagnia di assicurazione del datore di lavoro rimborsi le spese mediche, e prevede una pensione di invalidità per i più sfortunati. tuttavia, molto spesso, gli ugandesi non ne beneficiano», si rammarica l'avvocatessa americana Tara K. Coughlin.
La battaglia legale con le assicurazioni
Alla fine degli anni 2000 la signora Coughlin, impegnata in un'organizzazione cristiana di aiuto ai soldati americani in Iraq, scopre che alcuni ugandesi lavorano fianco a fianco con i boys. Reggendosi solo sui risparmi - i suoi clienti non hanno i mezzi per pagare gli esami medici richiesti per la costruzione dei loro dossier -, oggi rappresenta in seno al ministero del Lavoro americano trenta kyeyos tornati debilitati dall'Iraq[6]. Tra loro, molte donne ugandesi colpite da disturbi muscoloscheletrici dovuti al loro equipaggiamento troppo pesante. Nel mirino dell'avvocato, quattro società militari private - Soc, Triple Canopy, Sabre e Eodt -, ma anche le loro compagnie assicurative, in primo luogo il gigante American international group (Aig). «Perché, in definitiva, sottolinea, sono le assiciti-azioni che rifiutano di assumersi i costi dei farmaci o di fornire una pensione di invalidità ai miei clienti tornati handicappati».
In Uganda la signora Coughlin, assistita da un ex kyeyo d'Iraq, porta avanti un lavoro delicato e confidenziale. In primo luogo deve ritrovare le vittime: «Molti feriti ugandesi, non potendosi permettere la vita in città, tornano direttamente nel loro villaggio, senza sapere che hanno la possibilità di rimettersi alla giustizia americana. Penso siano centinaia. E questa è una stima al ribasso».
In seguito bisogna dissipare il sospetto, la diffidenza e la vergogna a confidarsi con uno straniero muzungu (bianco). «Molti dei miei clienti sono stati minacciati dal datore di lavoro dopo essere stati feriti. Ad alcuni è persino stato detto che sarebbero rientrati nel loro paese in un sacco per cadaveri se avessero parlato. Inoltre, quando sono stati curati in Iraq, le loro cartelle cliniche sono state sequestrate prima che tornassero a casa. Bisogna dunque ricominciare da zero». E bisogna anche fare alla svelta: i kyeyos rientrati dall'Iraq hanno a disposizione solamente un anno per agire.
Infine, l'avvocatessa deve battersi contro l'enorme macchina dispiegata sino in Uganda dalle compagnie di assicurazione. Aig non esita infatti ad assumere investigatori, come quelli della società maltese Tangiers international, per fare a pezzi ogni contestazione. «È una delle parti più difficili del mio lavoro - riconosce la giovane donna -. Questi investigatori violano spudoratamente il codice deontologico. Ad esempio, contattano i miei clienti e li portano dal loro medico per ottenere una controperizia, non avendone alcun diritto. A un altro, nell'impossibilità fisica di lavorare, hanno promesso un lavoro... solo per vedere se avrebbe accettato! E dal momento che ci sono pochi medici specialisti in Uganda, mi domando se a volte non mi imbatta in una persona che è stata comprata».
Una versione moderna della schiavitù
Secondo una stima del Ministero del lavoro ugandese, i flussi di uomini e donne inviati in Iraq a partire dal 2005 avrebbero dovuto trasferire più di 90 milioni di dollari (68 milioni di euro) alle loro famiglie in patria. Questa cifra rappresenta un utile superiore a quanto frutta il caffè, il principale bene di esportazione ugandese. Dopo aver spesso passato più di un anno in Medioriente, gli uomini che abbiamo incontrato hanno tuttavia risparmiato giusto qualche milione di schilling - meno di 1.000 euro - al termine della loro missione. Congelati fino al loro ritorno su un conto della Crane bank, a Kampala, i loro magri salari si sono infatti deprezzati a causa del tasso di cambio e dell'inflazione - più del 40% nel 2011 - che ha duramente colpito il paese in loro assenza. «Dreshak ci ha reclutato e poi venduto a Soc, intascando il bottino. E noi, in fin dei conti, abbiamo raccolto solo briciole. Quello che abbiamo vissuto si chiama semplicemente schiavitù moderna».
Nell'esemplare rapporto trasmesso al Congresso americano nell'agosto del 2011, la Commissione indipendente sui contratti stipulati durante la guerra ritiene che «i crimini e i delitti commessi dalle compagnie che impiegavano dei contractor minano la reputazione degli Stati Uniti all'estero». E precisa che «se è vero che il numero dei soldati americani, in Iraq e in Afghanistan, è in declino, quello delle società militari private dovrebbe aumentare, almeno nel breve termine se non per diversi anni, prima che le operazioni giungano definitivamente a termine»[7]. Il «mercato della violenza»[8] non si sta affatto esaurendo. Per la protezione dei 16.000 dipendenti della sua ambasciata in Iraq, il Dipartimento di Stato è così ricorso, per 10 miliardi di dollari, ad otto società militari private americane. Dovrebbe così essere arruolato un esercito di 5.550 contractor. Accanto a Triple Canopy, incaricata di proteggere i diplomatici, Soc provvederà alla vigilanza per cinque anni sulla base di un contratto per 978 milioni di dollari. «Recluteremo sicuramente kyeyos», afferma Kellen Kayonga, a capo della compagnia Askar, ora presente anche sul mercato afgano. Da Baghdad a Kabul, e probabilmente un giorno a Mogadiscio - ritengono i nostri veterani dell'Iraq -, ci saranno sempre ugandesi a nutrire questa «forza nera». Perché? «Per l'inflazione, le tasse scolastiche che aumentano, i prezzi del cibo alle stelle... Non è che questo ci piaccia, ma dobbiamo pur vivere!».
ALAIN VICKY
Giornalista
[1] Per ragioni dì sicurezza, tutti i nomi sono stati cambiati.
[2] Sarah Stillman, «The invisible army», The New Yorker, 6 giugno 2011, www.newyorker.com.
[3] Dopo la morte di Joseph Mobutu, nel 1997, lo Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo) è il teatro di una guerra che investe tutti i paesi vicini, compresa l'Uganda. Allo stesso tempo, Kampala deve affrontare la ribellione dell'Armata di resistenza del Signore, una setta diretta dal guru Joseph Koni.
[4] http://angeloizama.com.
[5] www.norbertmao.org.
[6] www.injuredugandans.com.
[7] www.wartimecontracting.gov.
[8] Cfr. Deborah D. Avant, The Market for Force. The Consequences of Privatizing Security, George Washington University Press, Washington DC, 2005.