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 13 Gennaio 2010 
LETTERA APERTA AL PRESIDENTE OBAMA



Signor Presidente,
 
scriviamo queste righe perché crediamo alla sua volontà di attuare una politica nuova nelle relazioni internazionali. La sofferenza immane di intere popolazioni dell'est della Repubblica Democratica del Congo, il loro grido inascoltato, ci spingono a farlo, in nome dell'appartenenza all'unica famiglia umana.

Dal '94 la regione vive in stato d'emergenza e di guerra. Prima le tensioni legate all'arrivo di oltre due milioni di profughi ruandesi, poi la cosiddetta guerra di liberazione dal regime di Mobutu, guidata da Laurent-Desiré Kabila, ma in realtà condotta da Ruanda, Uganda, Burundi e dai loro alleati lontani. E ancora il secondo conflitto congolese, ben più tragico e lungo, in realtà mai finito, che conta più di sei milioni di vittime.
Ultimamente si sono aggiunti nuovi fatti e motivi forti d'insicurezza denunciati da documenti di diversi organismi internazionali per i diritti umani, della Società civile e delle confessioni religiose. In particolare, il recente rapporto di esperti al Consiglio di Sicurezza denuncia il fallimento delle operazioni militari nel Nord e Sud Kivu, Umoja wetu e Kimya 2, e il peggioramento della situazione umanitaria.
Nonostante la presenza delle forze internazionali (Monuc) la popolazione è presa in ostaggio ed è sotto choc. Alla lunga serie di massacri, stupri, incendi di villaggi, sequestri, furti, saccheggi di cui è vittima, si aggiunge la destabilizzazione organizzata delle forze vive della società, delle comunità religiose e la repressione di giornalisti, sindacalisti, operatori sociali. Il rapporto prova che il Kivu è abbandonato ai predatori e che la guerra è anzitutto "la guerra per il controllo dei minerali". L'esportazione fraudolenta è aumentata in modo significativo da gennaio 2009, dopo gli accordi Kigali-Kinshasa, avvenuti senza l'accordo dei rispettivi Parlamenti.
L'esercito congolese della regione è guidato dalle forze del CNDP, che è appoggiato dal Ruanda e sta ottenendo ora ciò che lo scorso anno non era riuscito a ottenere con la guerra. Vari capi denunciati alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l'umanità mantengono le loro cariche e riscuotono tasse. Le armi pesanti non sono state consegnate e migliaia di soldati ruandesi sono presenti nella regione. Il gruppo armato FDLR (ribelli hutu ruandesi) conserva intatta la propria struttura e il controllo di varie zone minerarie. Folle di persone, sedicenti rifugiati congolesi, traversano le frontiere del Ruanda con bestiame e armi da guerra, e si installano nei territori e villaggi del Nord Kivu precedentemente saccheggiati e distrutti.

Appare evidente lo scivolamento verso l'occupazione del Kivu. "La Comunità internazionale - scrive il prof. R. Mugaruka - prendendo atto dei reali rapporti di forza tra Kigali e Kinshasa ha imposto a quest'ultimo l'accettazione dell'egemonia ruandese nella regione e la spartizione delle ricchezze e del territorio congolese con i suoi vicini, aprendo, di fatto, la via ad un processo silenzioso dell'annessione del Kivu al Ruanda".
"Perché - si chiedono molti - una nuova occupazione militare ed economica mascherata dalle operazioni militari congiunte?". E' l'amarezza e l'umiliazione dopo la speranza suscitata dalle elezioni presidenziali del 2006 e dalle promesse di pace formulate durante la Conferenza Amani del gennaio 2008. Sacrificare il Kivu significa porre le basi per nuovi bagni di sangue.

La gente si chiede: "Perché tutto ciò? A quando la pace, e quale pace ci sarà accordata?". E' l'interrogativo che rivolgiamo a lei, Signor Presidente, rappresentante di un Paese direttamente o indirettamente coinvolto nel conflitto e negli squilibri dei Paesi dei Grandi Laghi, per il sostegno accordato ai regimi della Regione, Ruanda e Uganda, e per il profitto delle multinazionali che alimentano questa guerra e hanno un ruolo nell'economia del suo Paese.
L'installazione e l'egemonia regionale del regime ruandese è stata determinata dall'appoggio interessato di potenze internazionali, tra cui l'amministrazione del suo Paese. Non è possibile dimenticare il sostegno statunitense all'invasione del Congo nel 1996 e nel 1998 da parte del Ruanda e dell'Uganda, a scapito del movimento non violento e pro-democratico espresso all'inizio degli anni ‘90 dal popolo congolese in occasione della Conferenza Nazionale Sovrana. Tale appoggio continua fino ad oggi, nonostante la politica gravemente destabilizzatrice di tali regimi. "E' una politica miope - hanno scritto i vescovi del 2° Sinodo africano - quella di fomentare guerre per ottenere profitti rapidi dal caos, al prezzo di vite umane e di sangue. Possibile che nessuno sia capace e voglia interrompere questi crimini contro l'umanità?".

E' urgente, oggi, un cambiamento di rapporti. La soluzione delle armi finora adottata ha creato e continua a creare un mare di sofferenza. L'intervento umanitario non cura le cause profonde della crisi. Il sovrappopolamento di alcuni Stati non può essere risolto con sanguinose guerre d'aggressione. Il problema è politico e la soluzione è diplomatica e politica. Va riattivata e potenziata quella pressione internazionale, che mostrò la sua efficacia con l'arresto di Nkunda nel gennaio 2009.

A nome di una popolazione che ha fin troppo sofferto, le chiediamo di adoperarsi affinché :

1. Gli Stati Uniti rivedano criticamente la loro politica di questo ventennio nella Regione dei Grandi Laghi, considerando il prezzo che essa è costata e costata alle popolazioni della RD Congo e della Regione.
2. Gli Stati Uniti rinuncino e si oppongano alla militarizzazione della Regione che ha già causato tanta miseria alla popolazione civile.
3. Gli Stati Uniti cessino il sostegno interessato ai regimi ugandese e ruandese, condizionando l'aiuto a una vera apertura democratica e al rispetto dei diritti economici, politici e territoriali dei Paesi della Regione. All'occorrenza, si decidano anche sanzioni.
4. La politica riprenda il suo ruolo nei confronti dell'economia e alle multinazionali venga chiesto conto della correttezza del loro agire in Paesi terzi. In particolare, venga utilizzato lo strumento della tracciabilità delle materie prime esportate e vengano previste sanzioni adeguate.
5. Si dia fiducia al potenziale umano della Regione, aprendo un dialogo con le forze vive della società civile e valorizzando i capi locali oggi esautorati.

Soltanto nel rispetto dei diritti dei popoli come l'integrità territoriale e la sovranità economica, potrà realizzarsi quella mobilità che permetterà a tutti gli abitanti della regione di avere uno spazio vitale. E' l'ora del dialogo e della vera politica anche nel Congo e nella Regione dei Grandi Laghi.
La soluzione della crisi porterà vantaggio non solo a questi Paesi, ma anche a quelli con cui essi collaborano.
Con stima e fiducia speriamo nel suo contributo alla pace della Regione.

Parma, 1° gennaio 2010.
 
 
Firmatari:
 


Rete PACE PER IL CONGO,
Strada Cavestro,16 Loc. Vicomero
43056 San Polo - Torrile (PR)
tel/fax : 0521/314263 E-mail : info@muungano.it

 

 




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