Uno dei tanti mali africani riguarda la scarsità dell'acqua, sia per la siccità, sia per la difficoltà ad accedere all'acqua potabile.
Uno studio di ricercatori inglesi ha rivelato che il sottosuolo delle regioni settentrionali è ricco d'acqua, ma occorre affrontare due problemi: riuscire a portare l'acqua in superficie e utilizzare queste riserve con parsimonia.
Qui di seguito riproduciamo il servizio giornalistico apparso su "La stampa" del 21 aprile a pagina 19.
1. L'Africa muore di sete su un mare d'acqua. Mappato il sottosuolo, enormi quantità di "oro blu". Riserve per oltre settant'anni.
di Mattia Bernardo Bagnoli
L'Africa è zeppa d'acqua, specie nella sua parte più arida, il deserto del Sahara. I suoi abitanti non se ne sono mai accorti non perché colpiti da violente insolazioni ma perché l'oro blu, da secoli, si è rifugiato nel sottosuolo. E non due gocce. Le faglie sotterranee, infatti, superano di ben cento volte la quantità d'acqua che si trova oggi in superficie. Per l'Africa si tratta - potenzialmente - di una rivoluzione copernicana. A patto, precisano gli esperti, di saper gestire la scoperta con parsimonia.
A mappare con attenzione, per la prima volta, le risorse idriche nascoste del «continente assetato» sono stati i ricercatori della British Geological Survey e del University College London (UCL). Che sperano così, anche grazie all'aiuto dei grafici colorati, di «aprire gli occhi alla gente» e portare il tema al centro del dibattito internazionale. «Le riserve maggiori - spiega alla BBC Helen Bonsor, uno degli autori della ricerca - si trovano nelle regioni settentrionali dell'Africa: in Libia, Algeria e Chad». Ovvero in enormi, e antichi, bacini sedimentari. «Si tratta di aree coperte da uno strato d'acqua spesso 75 metri. È una quantità enorme». E pensare che nel continente sono circa in 300 milioni a non avere accesso ad acqua potabile - senza contare che, al momento, solo il 5% della terra coltivabile è irrigata.
«La mancanza di fognature e di acqua potabile scatena epidemie di diarrea, che è la principale causa di morte tra i bambini dell'Africa subsahariana», commenta Barbara Frost, direttrice di WaterAid, l'Ong internazionale - con sede a Londra - che si batte per migliorare l'accesso all'oro blu ai quattro angoli del mondo. Ecco perché al summit di Washington «Sanitation and Water for All» funzionari e ministri di oltre 50 Stati africani hanno promesso investimenti reali tra il 5% e il 7% nell'arco dei prossimi due anni. Un colpo di reni è d'altra parte necessario. Se si guarda ai progressi fatti in questo campo, con questo ritmo l'Africa raggiungerà i target prefissati dal Millennium Goal nel 2175. Il che significa un ritardo di 160 anni. Insomma, se si vuole dissetare l'Africa, più che al cielo è forse meglio guardare alla terra. Ma con attenzione. Far scattare l'operazione «trivella selvaggia» sarebbe infatti persino controproducente.
«È altamente sconsigliato scavare e posare condotte ad alta portata senza prima aver svolto precise ricognizioni sullo stato delle riserve locali», ha messo in guardia Alan MacDonald, coordinatore dello studio. In alcune aree le riserve, una volta utilizzate, non sono infatti ricostituibili. In altre parole: in quel caso quando l'acqua finisce finisce.
Meglio dunque optare per «sorgenti rurali e pompe manuali a bassa portata». Il che significa organizzarsi per una produzione dedicata al consumo locale, non certo alla commercializzazione di tipo industriale.
«Le nostre analisi mostrano che, se si procede con attente esplorazioni, nel sottosuolo africano c'è acqua sufficiente per usi potabili e irrigazione a basso impatto», spiega Bonsor. E questo anche se la domanda, nei prossimi decenni, dovrebbe aumentare sotto il peso dell'aumento demografico e delle necessità dell'agricoltura.
L'idea migliore sarebbe quella di usare le risorse sotterranee come «cuscino di protezione» contro le oscillazioni climatiche provocate dal «climate change». «Persino nelle riserve più vicine alla superficie locate nelle zone semi-aride con pochissime precipitazioni - conclude Bonsor - i bacini danno l'indicazione di poter durare dai 20 ai 70 anni».
Queste conclusioni sono state raggiunte confrontando le diverse mappe idro-geologiche realizzate dai vari governi con 283 studi acquiferi indipendenti. La ricerca è stata pubblicata dalla rivista scientifica Environmental Research Letters.
2. "Le risorse ci sono, il problema è riuscire a portarle in superficie"
Domande a Daniel Weo di WaterAid
«Spendere i capitali in modo corretto, aggirando disinformazione e, nei casi peggiori, gli effetti distorsivi della corruzione. «L'essenziale - spiega Daniel Weo, responsabile del settore Sicurezza Idrica di WaterAid - è che l'acqua arrivi a coloro che ne hanno veramente bisogno».
Dottor Weo, teme che non sia così?
«In parte sì. Un nostro recente rapporto, Off-Track, Off-Target, ha mostrato come nella classifica dei primi 10 Paesi del mondo in termine di ricezione degli aiuti figurano molte nazioni che si fa fatica a definire povere. Penso ad esempio alla Turchia, all'Azerbaijan o alla Giordania. Non a caso stiamo organizzando degli incontri a Washington per sottolineare queste incongruità e far sì che gli sforzi internazionali si concentrino verso quei Paesi che ne hanno davvero bisogno».
Per l'Africa, ad ogni modo, questa dovrebbe essere una buona notizia: acqua abbondante e «in casa».
«Assolutamente. Ma l'aspetto più paradossale è che l'acqua c'è sempre stata. Mi spiego. Le riserve sotterranee non sono una novità assoluta. II problema è come acquisirle, il problema sono le risorse e le capacità tecniche necessarie per portarla in superficie. Troppo spesso il tema dell'accesso all'acqua potabile è passato in secondo piano rispetto ad altre forme di aiuto e sostegno allo sviluppo».
Qualche esempio?
«Non vorrei scatenare una polemica su questo aspetto perché mi pare controproducente. Quello che mi sento di dire è che, senz'acqua pulita, è davvero difficile raggiungere gli obiettivi prefissati in settori come la sanità o l'istruzione. Si possono anche costruire scuole ma se poi i bambini non ci vanno perché bevono acqua sporca e si ammalano, si torna al punto di partenza». [M.B.B]
3. La mappa della siccità