Paolo Boschini, 53 anni, da 30 è presbitero della Chiesa di Modena. docente di Filosofia e Scienze sociali presso la Facoltà Teologica ell'Emilia-Romagna, di Bologna. Ama visceralmente la bicicletta e la usa per quasi tutti i suoi spostamenti.
GIOVANNI PAOLO II E LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE
Nell'insegnamento di Giovanni Paolo II la voce "nuova evangelizzazione" compare subito, nel primo viaggio in Polonia (1979). Intendeva annunciare l'inizio di una nuova era, dominata non più dalla dittatura della falce e martello, ma dalla libertà della croce. Poi, a Haiti (1983) ne indicò i caratteri di novità: "nel suo ardore, nei suoi metodi, nella sua espressione". Ricevette la sua consacrazione nel 1988, in un paragrafo di Christifideles laici: "Solo una nuova evangelizzazione può assicurare la crescita di una fede limpida e profonda, capace di fare di queste tradizioni una forza di autentica libertà. Certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana. Ma la condizione è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali che vivono in questi paesi e in queste nazioni" (n. 34).
In una situazione in cui il cristianesimo e la Chiesa cattolica stanno perdendo rilevanza, non si cerca una risposta dialogica, ma si propone una strategia d'assalto, che comincia da una riappropriazione dell'identità ecclesiale. Con un accorato appello, Redemptoris missio (1990) la propone anche alle Chiese di più recente evangelizzazione: "Sento venuto il momento di impegnare tutte le forze ecclesiali per la nuova evangelizzazione e per la missione ad gentes" (n. 3).
La nuova evangelizzazione riguarda tutti. Ma fa appello in particolare allle Chiese di più antica tradizione. A conclusione del sinodo europeo (2003), Giovanni Paolo II parla ancora una volta il linguaggio dell'orgoglio e della mobilitazione: "Chiesa in Europa, la nuova evangelizzazione è il compito che ti attende! Sappi ritrovare l'entusiasmo dell'annuncio. [...] L'annuncio di Gesù, che è il Vangelo della speranza, sia quindi il tuo vanto e la tua ragion d'essere. Continua con rinnovato ardore nello stesso spirito missionario" (Ecclesia in Europa, 45).
Esperta in umanità, la Chiesa conosce i cuori e sa che nel vecchio continente la fede non è morta, ma sopravvive in uno stato di latenza. Spetta allo slancio missionario risvegliarla. La nuova evangelizzazione risponde all'obiettivo che "la fede si approfondisca e si incarni ogni volta di più nelle coscienze e nella vita sociale" (Lettera ai religiosi dell'America latina, 1992, 1). Già Paolo VI aveva tracciato questa via, indicando l'istanza prioritaria di saldare la frattura tra fede e cultura (Evangelii nuntiandi, 20). La novità di Giovanni Paolo II consiste nel metodo dell'annuncio. Esige negli evangelizzatori "fedeltà piena agli insegnamenti" del magistero e deve esprimere la "loro comunione coi pastori" (Lettera ai religiosi dell'America latina, 1992, 14). È finito il tempo dei laboratori pastorali e delle inculturazioni locali, dei cantieri ecclesiali e delle espressioni plurali della fede. È finita la Chiesa degli esperimenti e delle contestazioni.
I capisaldi della nuova evangelizzazione sono in un pensiero teologico forte, che attinge al cristocentrismo personalista (Redemptor hominis, 1979) e alla pneumatologia metafisica (Dominum et vivificantem, 1986). L'affermazione della verità unica e immutabile di Cristo (Ecclesia in America, 66), che precede e corregge le mutevoli espressioni storiche e culturali della fede ecclesiale, viene giustificata con il richiamo alla dinamica dello Spirito, che sostiene il processo della nuova evangelizzazione (Tertio millennio adveniente, 45).
Si incontrano (o scontrano) due modelli di verità, che tagliano trasversalmente l'insegnamento di Giovanni Paolo II: 1) lo Spirito dona la verità, depositandola nel cuore dell'uomo; questa verità è Dio stesso; chi rifiuta il Vangelo nuovamente proclamato dalla Chiesa rifiuta in toto la verità e si colloca nell'anti-verità e nell'anti-Verbo (Dominum et vivificantem, 37); 2) lo Spirito distribuisce e fa crescere i semi della verità, la quale oggi è presente a mo' di frammento in tutti gli uomini e culture, fino al suo compimento escatologico; servendo l'uomo, restandogli vicino anche nel suo errare, la Chiesa serve comunque la verità del Vangelo (Centesimus annus, 51; Veritatis splendor, 1).
LA DIMENSIONE ECCLESIALE
La dimensione ecclesiale della nuova evangelizzazione è centrale. Se c'è bisogno di rinnovare l'annuncio, è perché oggi la fede si è indebolita e mondanizzata. E anche le comunità cristiane sono diventate tiepide e abitudinarie. I primi testi, in cui Giovanni Paolo II affronta la dimensione ecclesiale della nuova evangelizzazione, parlano dei laici. La riforma della Chiesa in senso testimoniale e missionario comincia da loro, perché sono più vicini per cultura e condizioni di vita a "quanti ancora non credono o non vivono più la fede ricevuta con il battesimo" (Christifideles laici, 34). La nuova evangelizzazione rivela qui la sua indole empatica. Nel 1992, la prospettiva viene corretta, allorché in Pastores dabo vobis si afferma l'assoluta "necessità che la nuova evangelizzazione abbia nei sacerdoti i suoi primi nuovi evangelizzatori" (n. 2). Questa svolta in senso clericale viene compiuta introducendo il concetto di uomo "radicalmente e integralmente immerso nel mistero di Cristo" (n. 18), con cui si disegna l'identità del pastore cattolico. Da allora, la nuova evangelizzazione viene frequentemente intesa come risacralizzazione del mondo (Ecclesia in Europa, 60). La clericalizzazione va di pari passo con la perdita di riferimento cristologico, a vantaggio dell'assunzione delle categorie del pensiero sacrale.
Il metodo comunicativo della nuova evangelizzazione conferma il suo impianto più dottrinario che esistenziale, volto a spiegare il Credo, più che a rinnovare la fiducia in Dio. Si afferma la necessità di un rinnovato impegno di "catechesi, la quale, per sua stessa natura, è una dimensione essenziale della nuova evangelizzazione" (Ecclesia in America, 69). E si indica nella dottrina sociale della Chiesa lo "strumento di evangelizzazione" più efficace (Centesimus annus, 54).
BENEDETTO XVI E IL PRIMATO DELLA TRADIZIONE
Per Benedetto XVI il tema della nuova evangelizzazione sembra meno rilevante, almeno fino al motu proprio Ubicumque et semper (2010). Ripete molti temi già incontrati in Giovanni Paolo II, di cui offre degli interessanti aggiornamenti. La sua preoccupazione è la spiritualità della nuova evangelizzazione, senza la quale anche le idee teologiche più lucide rimangono inefficaci. Nel recente motu proprio Porta fidei (2011) l'aggettivo "nuova" viene ricondotto all'entusiasmo della fede in Cristo, da cui l'evangelizzazione attinge la sua forza e dunque la novità di vita che essa comunica. Nel mondo delle passioni tristi l'ardore diventa ora più importante dei metodi (n. 7). Da Cristo uomo nuovo, che vive nella Chiesa, proviene l'entusiasmo per il rinnovamento continuo della Chiesa e dei singoli cristiani. Per questo, la nuova evangelizzazione non può essere una strategia pastorale limitata a poche aree geografiche, ma è uno stile spirituale che innerva tutta la missione della Chiesa.
La nuova evangelizzazione esige capacità organizzative, per improntare al Vangelo tutti i livelli della vita quotidiana: "personale, familiare e sociale". Questo sforzo pastorale sarà efficace solo se si mantiene e si sviluppa "nella fedeltà alla viva Tradizione ecclesiale" (Africae munus, 171). L'inculturazione della fede passa in secondo piano, perché è preminente il radicamento nella tradizione ecclesiale latina. Benedetto XVI afferma che i criteri di efficacia della nuova evangelizzazione sono anzitutto teologici - perciò il primato della tradizione - e solo subordinatamente culturali. Infatti, la fedeltà alla tradizione è intesa come presupposto della riconciliazione con Dio. Solo da un cuore rappacificato, possono scaturire atteggiamenti sociali e culturali volti al "superamento di ogni tipo di barriera, come quelle della lingua, della cultura e della razza". Più che l'attenzione alle differenze culturali, è la fedeltà all'uomo come tale che veicola l'esperienza della paternità di Dio annunciata dal Vangelo (n. 169).
In tutte le Chiese locali "la missio ad gentes deve andare di pari passo con la nuova evangelizzazione". La ragione è sempre la stessa: bisogna aumentare l'efficacia degli sforzi (Africae Munus, 165). Ma con quali forze? Con quelle provenienti dalla missio ad gentes. Si vadano a prendere le forze pastorali dove sono in soprannumero e vengano dislocate dove maggiore è il bisogno. Si tratta di risorse clericali: la Chiesa soffre e s'indebolisce, se ci sono pochi preti a sostegno delle sue molteplici attività (n. 167).
Questa attenzione ecclesiologico-organizzativa si concretizza nell'accentuazione del ruolo della dottrina sociale della Chiesa. Nel mondo odierno molti problemi sociali paiono ormai fuori-controllo da parte della governance nazionale e internazionale. Poiché oggi i fatti contano più delle parole, la dottrina sociale è un "elemento essenziale di evangelizzazione"; è "strumento e luogo imprescindibile di educazione" nella fede (Caritas in veritate, 15). La ri-evangelizzazione del mondo, in particolare del primo e del secondo mondo, richiede una trasformazione in senso cristiano delle sue strutture sociali e culturali e delle sue istituzioni politiche e economiche.
"UBICUMQUE ET SEMPER": UNA LETTURA CRITICA
Con il motu proprio Ubicumque et Semper (2010), Benedetto XVI ha istituito il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione tra i popoli (europei) di antica tradizione cristiana. È un dicastero vaticano, che ha il compito di coordinare la nuova evangelizzazione in una specifica area geografica. Visto il percorso del magistero precedente, perché limitare la nuova evangelizzazione al vecchio continente e perché un dicastero che la coordini? Perché non riflettere piuttosto sulle cause intraecclesiali del fallimento della prima evangelizzazione? Occorre promuovere un serio esame di coscienza a tutti i livelli della vita ecclesiale, dando fiducia alle istanze che vengono dalle comunità locali e dai teologi di professione.
Se si salta questa fase autodiagnostica, sarà inevitabile addossare la responsabilità del fallimento agli interlocutori della prima evangelizzazione: non è la Chiesa che ha sbagliato, ma è il mondo che è diventato meno disponibile al Vangelo (Ubicumque et semper, Introduzione). La nuova evangelizzazione si rende necessaria, perché la secolarizzazione ha inciso su alcune sfere della vita sociale e culturale. Si tiene in poco conto che anche nel mondo occidentale si stiano manifestando segnali di inversione del processo di secolarizzazione. La "preoccupante perdita del senso del sacro" viene accostata alla perdita di centralità culturale della fede cristiana (Ubicumque et semper, Introduzione). Il sacro è considerato come la struttura portante della fede nel Cristo e nel Vangelo. Questa tesi è in controtendenza rispetto alla maggior parte della riflessione teologica del XX secolo, la quale invece afferma che Cristo è la fine della sacralità.
L'interpretazione dell'antropocentrismo europeo odierno, il cui significato più profondo è ricondotto al nichilismo, soffre di una certa tendenza a semplificare i processi storico-culturali. L'emancipazione da ogni idea e valore di trascendenza, la liberazione dal sacro hanno prodotto un "deserto interiore che nasce là dove l'uomo, volendosi unico artefice della propria natura e del proprio destino, si trova privo di ciò che costituisce il fondamento di tutte le cose" (Ubicumque et Semper, Introduzione).
UN COMPITO PERMANENTE
Si può comprendere l'orientamento culturale del mondo europeo, interpretandolo con una teologia che non appartiene più al pensiero europeo dalla fine della cristianità medievale? Non sarebbe più appropriato che la comprensione teologica dell'oggi nascesse da un atto - cauto e prudente finché si vuole - di fiducia nei confronti della razionalità moderna? Molti testi del magistero recente, ispirati da Gaudium et spes e da Dignitatis humanae, hanno percorso questa seconda strada.
Nella Chiesa missionaria disegnata da Lumen gentium e Ad gentes non c'è bisogno di un siffatto dicastero vaticano. L'evangelizzazione è pensata come un compito permanente della Chiesa. Non è mai né nuova né antica, ma è sempre da riformulare per tradurre il Vangelo nel cangiante dinamismo culturale del mondo umano. Inoltre, nella prospettiva del magistero post-conciliare l'evangelizzazione è compito delle Chiese locali (Evangelii nuntiandi, 62-63), a cui è demandato il discernimento per riconoscere i punti d'aggancio tra la cultura locale e il messaggio evangelico: "L'evangelizzazione perde molto della sua forza e della sua efficacia se non tiene in considerazione il popolo concreto al quale si rivolge, se non utilizza la sua lingua, i suoi segni e simboli, se non risponde ai problemi da esso posti, se non interessa la sua vita reale" (n. 63).
PAOLO BOSCHINI