Luciano Monari, nativo di Sassuolo (Mo), 1942, presbitero di Reggio Emilia, biblista esperto di letteratura giovannea, nel 1995 è eletto vescovo di Piacenza, dove rimanefino al 2007, quando è trasferito alla sede diocesana di Brescia.
Chissà se il Papa, scrivendo l'incipit della sua ultima enciclica, si è proposto l'effetto sorpresa. Comunque sia, l'effetto c'è. È presentata come un'enciclica sullo sviluppo, scritta nel contesto di una crisi economica mondiale; ci aspettavamo perciò analisi economiche e finanziarie, valutazioni e proposte rivolte ai politici, ai grandi della terra. Di fatto nel corso della lettera leggiamo di mondialità, di ecologia, di tecnologia, di impresa e spirito imprenditoriale. Ma l'inizio ci prende alla sprovvista: "La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva del vero sviluppo, di ogni persona e dell'umanità intera". Siamo davanti a teologia pura: Gesù Cristo, la sua morte e risurrezione, la carità, la verità... Si capisce che le reazioni all'enciclica in campo laico non siano molte; non per disinteresse, credo, ma per disorientamento. Il Papa porta la riflessione lontano dai campi cui siamo abituati e gioca una carta che sembrava riservata ad altri tavoli: la carta della carità, e una carità che viene da Dio attraverso Gesù Cristo.
A posteriori si potrebbe dire che era da aspettarselo. Da sempre il Papa va dicendo che non si può vivere umanamente senza Dio e che almeno "l'ipotesi Dio" deve essere presa in seria considerazione se non si vuole corrodere l'umanità dell'uomo. Per anni si sono ripetute le parole di Bonhoeffer: viviamo in un mondo secolare e bisogna vivere "come se Dio non ci fosse". Papa Ratzinger ha capovolto lo slogan e va ripetendo che è indispensabile vivere "come se Dio ci fosse." In caso contrario, navighiamo in un mare infido, con un orizzonte che muta in ogni istante e che non può giustificare nessuna rotta: le verità sono solo relative a chi le afferma, le scelte opinabili e intercambiabili, i valori non confrontabili.
In realtà, non me ne voglia il Papa, non c'è niente di originale in questa diagnosi. L'aveva già anticipata Nietzsche in quel testo famoso della Gaia Scienza in cui annuncia la morte di Dio: "E dove va adesso la terra? Dove andiamo noi stessi? [...] Non cadiamo forse senza sosta? In avanti, indietro, di fianco, da tutti i lati? E c'è ancora un alto e un basso? Non andiamo forse errando in un nulla infinito? Non sentiamo forse il soffio del vuoto sulla nostra faccia? Non fa più freddo di prima? Non vengono forse sempre delle notti, sempre più notti?" L'analisi è del tutto simile. Solo che per Nietzsche la morte di Dio rappresenta, per l'uomo, un'opportunità straordinaria: quella di farsi Dio; per Ratzinger, al contrario, la morte di Dio costituisce una tragica perdita di umanità. Il ‘superuomo', unico esito possibile della morte di Dio, è per Nietzsche un uomo arricchito nella sue possibilità; per Ratzinger è il disfacimento della forma umana, la creazione di un incubo.
Si dice che Laplace, presentando a Napoleone la sua teoria sull'origine dell'universo, abbia detto che non aveva bisogno dell'ipotesi-Dio. E, credo, correttamente: le leggi classiche e le leggi statistiche con le quali si cerca di comprendere questo nostro fantastico mondo sono fatte di numeri e di rapporti e sarebbe bestemmia ridurre Dio a un numero tra gli altri, a un'incognita tra le altre. Ma il problema è se sia possibile pensare l'uomo senza Dio, senza considerarlo aperto all'infinito. O se Dio sia così intrecciato con la libertà dell'uomo che togliere Dio significa castrare l'uomo.
Ma perché Dio dovrebbe essere "necessario"? Forse per lo stesso motivo per cui mi sono necessari gli altri. Non è possibile definire la persona umana senza metterla in rapporto con altre persone umane; forse non è possibile capire l'uomo senza pensarlo in relazione con il creatore del mondo, con il "Tu" nel quale i molteplici "tu" dell'esperienza quotidiana trovano unità e senso. All'incipit della lettera corrisponde la sua conclusione: "Senza Dio l'uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia... l'uomo non è in grado di gestire da solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo". Perciò "lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera".
LUCIANO MONARI
VESCOVO DI BRESCIA