Stentano a trovare una politica estera condivisa, si rimpallano le responsabilità di fronte all'immigrazione incalzante, non si preoccupano di mettere in agenda una linea d'azione comune per la cooperazione internazionale allo sviluppo. Su un versante, però, i governi europei si sono già trovati d'accordo: quello della semplificazione delle norme per il commercio dei "prodotti per la difesa" all'interno dell'Unione. Infatti, una direttiva apparentemente innocua - tanto che ha visto come relatrice l'eurodeputata Heide Rühle (Verdi/ALE) -, approvata nel dicembre del 2008, prevede di facilitare i trasferimenti intra-europei di armamenti "al fine di garantire il corretto funzionamento del mercato interno".
Passata quasi inosservata, la direttiva è oggi il miglior grimaldello nelle mani della lobby armiera per modificare la legge 185 che dal 1990 regolamenta l'esportazione italiana di armamenti.
Che i paesi dell'Ue puntino sul mercato delle armi per uscire dalla crisi economica è un dato di fatto: come documentiamo in questo dossier, i "magnifici sette" dell'Unione affiancano ormai gli Stati Uniti nel commercio internazionale di armamenti.
L'industria militare italiana non sta certo a guardare. Anzi fa sentire chiare e forti le sue lagnanze non tanto verso i "soliti pacifisti", bensì verso le maggiori banche che professandosi "non armate" starebbero penalizzando ulteriormente un settore che per sopravvivere deve dimostrarsi competitivo.