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Gennaio 2010
Export di armi, l’Italia s’è desta
  di: Giorgio Beretta


In tempi di crisi economica le esportazioni di armamenti rappresentano un nuovo business anche per l'Italia. Dalla Relazione che la Presidenza del Consiglio dei Ministri è chiamata a consegnare annualmente al Parlamento italiano grazie alla legge 185/90 si apprende infatti che le autorizzazioni all'esportazione rilasciate dal governo nel 2008 superano nel loro insieme - cioè sommando quelle del ministero degli esteri a quelle del ministero della difesa - i 3,1 miliardi di euro, con un continuo incremento dal 2000 quando si attestavano - in valori costanti calcolati secondo il coefficiente di rivalutazione monetaria dell'Istat - attorno ai 1,1 miliardi di euro. Dal 2000 il trend delle autorizzazioni all'esportazione risulta tendenzialmente in crescita e nell'ultimo quadriennio il comparto industriale-militare italiano ha più che raddoppiato il proprio portafoglio d'ordini passando dai 1.538 milioni di euro di commesse del 2005 agli oltre 3.134 milioni di euro del 2008. Si tratta della cifra record dall'entrata in vigore della legge 185/90 a cui vanno sommati i valori delle operazioni autorizzate relative ai "Programmi intergovernativi" - qui non contabilizzati - che solo nell'ultimo anno superano i 2.689 milioni di euro.

Le consegne effettive di armi italiane risultano invece più fluttuanti. Nell'ultimo quindicennio, dopo aver toccato nel 1998 il picco di 1.247 milioni di euro, hanno visto una progressiva diminuzione fino al 2004 quando registravano il minimo storico di 523 milioni di euro: ma nell'ultimo quinquennio presentano una decisa ripresa tanto che nel 2008 superano i 1.778 milioni di euro segnando il record dell'ultimo ventennio.

 

LE ESPORTAZIONI ITALIANE VERSO L'UE E LA NATO

 

 Per quanto riguarda le zone di destinazione è utile innanzitutto considerare la ripartizione, presente nella stessa Relazione governativa, tra paesi dell'Ue e della Nato (Nato-Ue) da un lato e, dall'altro, paesi non appartenenti alla Nato e all'Ue (extra Nato-Ue). Per quanto riguarda le consegne di sistemi d'arma, va notato che solo a partire dal 2004 si manifesta un'effettiva inversione di tendenza rispetto a tutto il periodo antecedente: mentre, infatti, nel settennio 1997-2003 si era verificata una sostanziale parità tra esportazioni dirette ai paesi appartenenti all'insieme Nato-Ue (2.981 milioni di euro) e paesi fuori dall'area Nato-Ue (2.951 milioni di euro), nell'ultimo quinquennio la forbice tra le due entità si allarga sensibilmente tornando a riprendere il divario presente nella prima fase degli anni Novanta quando - con l'entrata in vigore della legge 185/90 - le consegne effettive di armi riguardavano principalmente l'area Nato-Ue. Nell'insieme, comunque, il periodo dal 1992 al 2008 ha visto consegne di armi italiane solo per il 57,8% dirette ai partner delle principali alleanze.

Anche per quanto riguarda le autorizzazioni all'esportazione di sistemi militari è solo nell'ultimo quinquennio che le operazioni verso i paesi dell'Ue e della Nato tornano a riprendere quota ma, nonostante l'entrata di nuovi membri nelle due alleanze, in questo periodo le autorizzazioni verso le nazioni appartenenti alla Nato e all'Ue non superano mediamente il 64%. Nel complesso, però, la percentuale di autorizzazioni dell'intero periodo dal 1992 al 2008 verso paesi dell'area Nato-Ue si attesta solo sul 53,6% a fronte del 46,4% di operazioni autorizzate verso nazioni al di fuori delle due principali alleanze di cui il nostro paese è membro.

 

IL SUD DEL MONDO: UN "MERCATO" IN CRESCITA

 

Le tendenze analizzate nelle esportazioni di armi verso i paesi non appartenenti all'Ue e alla Nato si riscontrano anche prendendo in esame i Paesi del Sud del mondo che -  con quasi 5,4 miliardi di euro di autorizzazioni e più di 1,7 miliardi di euro di consegne - nel quinquennio 2004-2008 si attestano complessivamente su percentuali superiori al 40%. In sintesi, dall'entrata in vigore della legge 185/90 più del 42% delle consegne e oltre il 46% delle autorizzazioni ha riguardato paesi fuori dall'Ue e dalla Nato, mentre all'incirca il 41% delle consegne e oltre il 48% delle autorizzazioni all'esportazione di armi italiane è stata diretta ai Paesi del Sud del mondo.

 

E LA RICONVERSIONE?

 

Un dato, quest'ultimo, al quale occorrerebbe dedicare maggiore attenzione anche per cogliere appieno l'incidenza di queste esportazioni sull'attività dell'industria militare italiana e per valutarne le possibilità di riconversione così come richiesto dalla legge 185/90 che all'articolo 1 comma 3 recita: "Il Governo predispone misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa".

Dopo vari anni in cui i temi della riconversione dell'industria militare sono stati pressoché ignorate, a partire dal 2007 - in risposta alle richieste della Rete Italiana Disarmo -  i Rapporti della Presidenza del Consiglio hanno cominciato a dedicarvi una certa attenzione. I tre Rapporti, sostanzialmente affermano che tali problematiche vanno affrontate nel contesto dei "limiti imposti dalla libera concorrenza e dalle direttive comunitarie" affinché "siano condotti progressivamente ed autonomamente dal comparto industriale della difesa nel quadro di organiche strategie aziendali".

Crediamo, invece, che il comparto industriale militare necessiti di un profondo ripensamento alla luce delle recenti politiche in ambito europeo. E, soprattutto, che l'inevitabile ristrutturazione industriale non debba fondarsi sulle logiche - spesso evidenziate nelle Relazioni governative ma assolutamente aliene all'attuale dettato legislativo - della "capacità competitiva" dell'industria nazionale del settore nel mercato internazionale, bensì su una rigorosa osservanza della normativa vigente in Italia e in Europa in materia di esportazione di armi.

GIORGIO BERETTA

 



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