Azzurra Carpo, giovane antropologa, di Vicenza, ha lavorato nella comunità del Río Ucayali, nell'Amazzonia peruviana, a un progetto di cooperazione internazionale per la promozione dei diritti delle donne Shipibo. Nel 2003 il suo reportage sull'Amazzonia ha vinto il premio Italo Calvino intitolato a Paola Biocca. Nel 2008 ha conseguito il dottorato in scienze politiche-diritti umani presso la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa
UNA MAPPA DI MORTE
La mappa dell'Amazzonia peruviana appesa negli uffici del Ministero peruviano di Energia e Miniere è punteggiata di quadratini con un numero, corrispondente alla concessione che assegna ad ogni azienda petrolifera il diritto esclusivo di estrazione, fino a 30 anni. Il gas scoperto a Camisea, nella zona di influenza della futura Interoceanica, rappresenta una fonte di guadagno incalcolabile, ma non per coloro che vi vivono da migliaia di anni, come gli indigeni della Riserva Nahua Kugapakori, dove si rifugiano i popoli in isolamento volontario, per esempio i nahuas, i kirineris, i mashko piro. Sono altamente vulnerabili alle malattie respiratorie, che in loro possono provocare la morte. Vi sono lavoratori delle multinazionali e madereros che realizzano contatti sporadici con questi indigeni, senza rendersi conto che possono produrre danni letali. Siamo di fronte alla possibilità di un etnocidio bianco, indotto da una colonizzazione selvaggia, come denunciano le organizzazioni indigene amazzoniche del Perú Aidesep (Associazione interetnica di sviluppo della selva peruviana) e Fenamad (Federazione dei nativi della regione Madre de Dios e affluenti).
LA STORIA DI JESBE: "ECOCENTRICA"
Jesbe Tué Mishaya ha 73 anni, è indigena harakmbut, madre di 11 figli, nonna di 18 nipoti, bisnonna di una bimba di 6 mesi. La sua comunità è San Josè del Karene, dove lei arriva, per la prima volta, come giovane sposa. A piedi nudi, molti anni fa. La sua casa si trova accanto ad una sorgente che si unisce immediatamente al fiume. C'è un tronco piantato nella sabbia con una corda grossa, che serve per legare le canoe. Ecco il porto. Fino a lì si parla con le parole harabkmbut, si pensa secondo un codice antico, che lega il senso "comune". Oltre il porto e il campo, esiste la foresta, dominio degli Edosikiana, spiriti protettori di animali e piante, con atteggiamenti contraddittori verso gli umani. Un giorno, si lega al tronco del porto un'imbarcazione "civilizzatrice", annunciando, in un'altra lingua, ciò che è bene e ciò che è male. Con il suo arrivo, si sradica il tronco culturale del porto e il senso "comune" si frammenta. Col pretesto di insegnare lo spagnolo a Jesbe, quelli di fuori assumono la parola Edosikiana, ma la riducono al singolare, per canalizzare, un poco alla volta, i "selvaggi pagani" verso il monoteismo (l'unico Dio del Bene) attraverso la identificazione del suo contrario (l'unico Dio del Male). Jesbe si trova così con "il" Edosikiana e comprende che il suo opposto è similmente "uno solo", il Demonio rosso coi corni. E che tutto è parcella, singolare, individuale, proprietà privata: la salvezza, il peccato, la terra, la casa, la donna, il lavoro, il raccolto, la legge, il piacere, la morte e l'aldilà. Tutto riservato per chi ha i soldi per arrivare prima. E dietro, un'immensa maggioranza di perdenti. Le raccontano che esiste un solo Potere. Il Potere del capo. Il Potere del diritto. Il Potere del Bene. Lei non è molto d'accordo: "A noi piace di più ‘potere arrivare insieme, con tutto il gruppo', guardare il fiume in compagnia. E trovarci sull'altra sponda, tutti, anche con gli animali e le piante. Con la possibilità di ritornare, e di passare da una forma di vita all'altra, da una sponda all'altra, ‘come se niente fosse'".
Nessuno le dirà mai che la sua etica non è antropocentrica, ossia non ha la povertà della filosofia occidentale, che concepisce l'uomo come il centro dell'Universo e l'interesse economico come il criterio unico di misura per ogni azione. Jesbe vive un'etica ecocentrica, perchè sente che tutto quello che esiste, visibile e invisibile, animale, vegetale e minerale, è interrelato come un tutto di destino comune.
"Ma cos'è questa frontiera fra Bene e Male? Noi, quando abbiamo conosciuto frontiere? Il fiume non è un numero, ha un nome, ed è di tutti, non si ferma mai, come non si ferma la Vita né il rio Madre de Dios e il rio Acre, che vanno, chissà dove? Verso il Bene o verso il Male, chissà dove?".
JESBE E LE ALTRE DONNE
Le hanno raccontato che in Brasile, ai fianchi delle strade, piantano migliaia di ettari, solo di eucalipto. Milioni di alberi tutti uguali, dalla crescita velocissima, con basso contenuto di lignina, che favorisce l'estrazione della cellulosa e quindi la produzione di carta.
Jesbe non sa di biotecnologia forestale: "Gli alberi modificati geneticamente, con livelli ridotti di lignina, sono più soggetti a infezioni e parassiti. Ma non importa! C'è tutta un'industria che studia manipolazioni genetiche sempre più audaci e al contempo offre sempre nuovi insetticidi. E ciò che succede all'ambiente sarebbe solo un "effetto collaterale del progresso".
Hanno raccontato a Jesbe che in Brasile, Argentina e Uruguay, fra i fiumi sorgono fabbriche di cellulosa che, per sbiancare le fibre di legno, emettono strani fumi - gialli, verdi, rossi e viola - verso il cielo, e, verso la Terra, odori di zolfo ossidato, capaci di aumentare il rischio di infezioni respiratorie acute.
Jesbe, sa che il suo Fiume in Perú si chiama Madre de Dios e in Brasile prende il nome di Madeira ("Madera, madera...", dice guardando lontano). È vissuta tutta la vita nell'Acqua e dell'Acqua del Fiume, Jesbe. L'Amazzonia è il mondo visto dall'acqua. È la cosmovisione dell'acqua e degli alberi. 11 mila fiumi! Un potenziale idrobiologico che genera inquietanti interessi geopolitici, camuffati dietro l'internazionalizzazione dell'area.
Jesbe ha sposato il capo della comunità, che aveva già altre due mogli con le quali è convissuta aiutandosi - tutte e tre - nella cura dei figli. Si davano il cambio nel lavoro del campo, coltivando erbe medicinali.
Kene è bilingue (harakmbut e spagnolo), il suo uomo lavora dentro la foresta. È ostetrica.
Miriam, ha studiato educazione interculturale bilingue. È maestra, presidente di un'associazione di madri artigiane, speaker nella radio della comunità. Giorno e notte è mamma e papà, perchè il suo uomo "è andato via".
Jessica ha studiato diritto all'Università ed è dirigente dell'organizzazione del suo popolo. Trilingue (harakmbut, spagnolo, inglese), naviga in internet con la stessa facilità con la quale la bisnonna Jesbe naviga sulla canoa. Ha viaggiato molto all'estero per eventi internazionali. Guida una moto, preferisce i jeans e usa il reggiseno. Separata, non vuole sapere nulla di uomini maschilisti. È preoccupata per il centralismo della capitale, per la lenta democratizzazione del Perú e per il Plan Colombia che inquieta i contadini del fiume Putumayo. Jessica non vuole sapere nulla dei partiti politici di Lima; segue invece con attenzione ciò che succede in Bolivia ed Ecuador.
Ci racconta che negli ultimi 20 anni gli indigeni dell'Amazzonia peruviana hanno ottenuto 13 milioni di ettari assegnati alle comunità col titolo di proprietà! Rivendicano l'esplosione tellurica della biodiversità e il patrimonio della diversità culturale dei loro 52 popoli, rappresentanti di civiltà che da millenni coesistono rispettosamente con la Madre Terra. Sostiene che, di fronte all'invasione selvaggia dell'allevamento del bestiame e all'estensione ossessiva delle monocolture, si stanno diffondendo esperienze di gestione ambientale integrate e diversificate, seguendo l'esempio di Chico Mendes delle le sue riserve estrattive.
Jessica vive i disastri delle politiche neoliberiste. Secondo lei, sul piano internazionale, la normativa di protezione dei diritti collettivi indigeni è debole. E a livello interno, lo Stato continua a privilegiare i contratti con le multinazionali, penalizzando fortemente la qualità ambientale nei territori indigeni, dove si sono verificati gravissime fuoriuscite di petrolio. Hanno raccontato a Jessica che ora i paesi industrializzati del Nord, obbligati da accordi internazionali a ridurre i livelli di inquinamento, sono molto preoccupati per i cambiamenti climatici. Per i loro veicoli vogliono utilizzare biocombustibili, energia pulita come l'etanolo (che proviene dalla canna da zucchero) e il biodiesel (che deriva dall'olio della palma e della canola). Per questo stimolano i paesi amazzonici come il Perú a produrre combustibili puliti che loro useranno. La dirigente indigena ricorda che le monocolture su grande scala di canna da zucchero o palma da olio, gestite in modo non sostenibile, richiedono fertilizzanti, erbicidi, insetticidi, trasporto, lavorazione industriale che aumentano l'inquinamento. Ossia, l'energia pulita esportata al Nord è la causa dell'energia sporca utilizzata nel Sud, comporta la diminuzione dei livelli d'acqua destinata alla produzione di alimenti (riso) e la concentrazione della proprietà in poche mani.
AZZURRA CARPO
Dida libro:
Azzurra Carpo
In Amazzonia
Feltrinelli
Milano 2006
pp. 266, € 15,00
presso:
libreria@saveriani.bs.it