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Marzo 2008
Cina: speranza cristiana?
  di: p. Angelo Lazzarotto , Pime


 

CINA

SPERANZA CRISTIANA?

 

ANGELO LAZZAROTTO

 

Angelo Lazzarotto è un missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) di Milano. È esperto di Cristianesimo nella Cina contemporanea con alle spalle un  lungo servizio a Hong Kong.

L'articolo è tratto da una conferenza tenuta a Brescia il 14 dicembre 2007.

 

 

Qual è la condizione dei nostri fratelli e sorelle cristiani nella Repubblica Popolare Cinese, che  rimane a tutt'oggi il più grande e il più potente Paese comunista del mondo, e quali sono le prospettive del loro futuro? Questo immenso Paese vive numerose contraddizioni e gravi problemi: i due principali sono la dilagante corruzione e il crescente divario fra i nuovi ricchi delle zone industrialmente sviluppate e le masse di contadini che vivono nelle province più interne, prive di risorse adeguate.

Tentando di rispondere ai più urgenti bisogni, i dirigenti cinesi stanno facendo grandi sforzi.

L'intero impianto legislativo cinese ha bisogno di essere riscritto. Finora il colosso è rimasto sostanzialmente lo stesso. Ma nella società cinese sta crescendo l'esigenza di nuove aperture e di libertà. Si tratta di una trasformazione molto lenta, che richiederà tempi lunghi e non è priva di rischi.

 

 

SPERANZE E TIMORI DEI CRISTIANI

 

Anche la comunità cristiana vive fra speranze e timori. Ovviamente, le speranze dei cristiani non possono cancellare le tante sofferenze e persecuzioni subite a partire da metà del secolo scorso. Mao Zedong, una volta preso il potere, espulse tutti i missionari stranieri  (erano circa 5.500, tra sacerdoti, suore e laici) e impose un ferreo controllo sulle religioni. Finirono così in carcere numerosi vescovi, sacerdoti, religiose e semplici laici cattolici cinesi. Visitando la Cina e incontrandovi dei credenti, specialmente se anziani, si sente ancora l'eco, anche se molto discreto e sommesso, di questi drammi del passato. È grazie a questi testimoni del Vangelo, veri "martiri del 20° secolo", come li chiamava Giovanni Paolo II, che vediamo fiorire una messe abbondante anche in Paesi come la Cina (e il Vietnam). I 12-13 milioni di cattolici che esistono oggi in Cina sono un autentico miracolo: nel 1949 erano meno di 4 milioni, e furono in gran parte sterminati o dispersi dalla furia comunista. Oggi, se la Chiesa in Cina rinasce, è perché si realizza il detto di Gesù: "Se il chicco di grano caduto in terra marcisce e muore, porta molto frutto" (Gv. 12,24).

 

SEMINARI CHIUSI, GREGGE DISPERSO

 

Uno dei danni maggiori e dei pericoli più grandi per la comunità cristiana fu la chiusura di tutti i seminari e la dispersione delle comunità religiose, avvenuta verso la metà degli anni ‘50. Per tre decenni, in Cina non ci fu più alcuna ordinazione sacerdotale; anche le comunità di suore erano state soppresse e le loro proprietà requisite. Solo nella prima metà degli anni '80, con la nuova politica attuata da Deng Xiaoping, sono state riaperte o ricostruite molte chiese (e lo stesso avvenne per i templi e le moschee), ed è stato permesso alla Chiesa cattolica di riaprire i seminari (e anche le altre religioni riconosciute hanno potuto ricominciare a formare i propri ministri del culto). All'inizio fu un dramma, perché mancavano strutture adeguate, insegnanti e libri di testo. Ma, con la grazia di Dio, tutte le difficoltà sono state superate. Da allora, in meno di 20 anni, dopo la riapertura sono già stati ordinati circa 1700 nuovi sacerdoti nei seminari ufficialmente riconosciuti, mentre un altro migliaio hanno studiato come hanno potuto in seminari clandestini. E anche le comunità religiose femminili stanno rifiorendo, impegnandosi in molte opere di carità, a servizio degli ultimi.

 

LA CHIESA RINASCE

 

Come è stata possibile questa rinascita? È un fatto eccezionale, se si considera che il regime comunista in Cina continua ancora oggi a educare i giovani in base ai principi del materialismo scientifico e dell'ateismo. Tutti i cinesi nati negli ultimi 60 anni sono passati attraverso una scuola che, dall'asilo all'università, insegna che il mondo e l'uomo sono soltanto materia e che non esiste alcun dio né spirito. Inoltre, in seguito alla nuova politica che ha favorito l'arricchimento e la crescita economica, anche chi non crede nelle teorie marxiste rimane spesso vittima del materialismo pratico, cioè dell'idolatria del denaro.

Eppure, proprio in questa società inaridita, sta rifiorendo un bisogno di trascendenza, una nostalgia dello spirito, che è difficile spiegare. Ciò favorisce un recupero dei valori tradizionali che avevano costituito l'anima della società cinese nel corso dei secoli. I valori religiosi, infatti, appartengono alle radici stesse della civiltà cinese, anche se la comprensione del fenomeno "religione" è diversa in Cina rispetto all'Occidente. Nella Cina antica la religione era intesa come una visione spirituale della vita, una religiosità diffusa e non centralizzata o strutturata, che privilegiava un rapporto dell'individuo con l'aldilà e con i propri antenati, trovandovi anche sufficienti motivazioni per un'etica sociale.

 

UN "NUOVO CORSO" PER LE RELIGIONI

 

Non fa meraviglia quindi che durante il Congresso del Popolo della primavera 2007, uno degli esponenti più in vista del Partito, Jia Qinglin, ricevendo i rappresentanti delle cinque grandi religioni riconosciute in Cina (Taoismo, Buddismo, Islam. Protestantesimo e Cattolicesimo), abbia chiesto loro di valorizzare al massimo il "ruolo positivo" delle religioni per favorire l'armonia sociale. Jia Qinglin ha raccomandato ai leader religiosi di fare uno sforzo particolare per interpretare le rispettive dottrine in modo da promuovere lo sviluppo  e la pace sociale. Tuttavia l'ala ideologicamente più intransigente e conservatrice del Partito guarda con preoccupazione al rifiorire della religione. La rivista Zhengming ha però rivelato che in una riunione della Segreteria del Comitato centrale alcuni esponenti di alto livello hanno proposto di consentire alla fede religiosa e al credo comunista di convivere all'interno dello stesso Partito, che per statuto richiede la professione di ateismo.

 

CATTOLICI "CLANDESTINI" O "SOTTERRANEI"

 

Alla gente comune in Cina queste notizie non possono arrivare. Ma la piccola minoranza cristiana (i cattolici rappresentano meno dell'1% della popolazione) sente che è Dio il Signore della storia, anche nel loro Paese. Eppure, non hanno alcuna voce pubblica e sono condizionati da molte leggi e disposizioni di polizia. Basti accennare alle innumerevoli interferenze da parte del Partito e del governo, che hanno costituito una struttura chiamata Amministrazione Statale per gli Affari Religiosi (Sara), e si servono dell'Associazione patriottica dei cattolici cinesi per controllare la vita delle comunità.

In Cina ci sono comunità di cattolici che sono considerati "clandestini" o "sotterranei". Non è che siano nascosti; si tratta in realtà di fedeli che non vogliono accettare il controllo dell'Associazione Patriottica, e quindi sono considerati fuori legge. Spesso la polizia li ferma e li arresta, per riunioni o attività non autorizzate.

Il tentativo delle autorità è sempre stato quello di staccare i cattolici di Cina dalla Chiesa universale e dalla comunione con il Papa, affermando che in Cina la Chiesa deve essere totalmente cinese, e quindi capace di autogestirsi sia nell'evangelizzazione sia nelle strutture amministrative e nella gestione economica. Uno dei punti più controversi è quello della nomina dei vescovi per la Chiesa cinese, che il governo vorrebbe riservare per sé, o almeno controllare. Nei decenni passati le autorità hanno imposto scelte di vescovi senza l'autorizzazione del Papa. Per fortuna, alcuni di loro sono riusciti a mettersi in comunicazione con la Santa Sede, confermando la loro fede e volontà di comunione col successore di Cristo.

Nel clima di relativa libertà degli ultimi 25 anni, la resistenza decisa della stragrande maggioranza dei fedeli ha difeso tenacemente la possibilità di pregare pubblicamente per il Papa, di poter seguire la liturgia rinnovata dopo il Concilio Vaticano II, ecc. Ma per quanto riguarda le direttive pastorali di Roma, il governo non esita a controllarle e a boicottarle, secondo i suoi interessi, con la scusa che non c'è alcun rapporto diplomatico tra Pechino e il Vaticano. È significativo, per esempio, che la lettera che Benedetto XVI ha indirizzato qualche mese fa ai cattolici cinesi sia stata boicottata, e che alle Chiese locali sia stato proibito di diffonderla.

 

NUOVA LINFA PER LA CHIESA

 

Nel biennio 2005-2006 nove nuovi vescovi sono stati chiamati a governare altrettante diocesi della Cina. Con età media intorno ai 40 anni, sono tra i più giovani vescovi del mondo. Appartengono alla nuova generazione del clero cinese, che ha potuto completare gli studi teologici solo dall'inizio degli anni '90. In qualche caso è stato possibile trovare un'intesa pratica nella loro scelta e nella consacrazione. In altri casi, invece, è prevalsa ancora la contrapposizione. Nella seconda metà del 2007, si è verificato un fatto positivo: nella scelta e nella consacrazione di quattro nuovi vescovi, hanno potuto convergere sia l'approvazione delle autorità cinesi sia il riconoscimento pontificio. E fra di essi anche il pastore della importante sede di Pechino, mons. Giuseppe Lishan.

 

 

LA LETTERA DI BENEDETTO XVI

 

 

È questo un momento molto delicato per la Chiesa di Cina. Come accennato, il 30 giugno 2007 veniva resa pubblica, dopo che ne era stata inviata copia in anticipo al governo cinese, un'importante lettera di Benedetto XVI ai vescovi, ai presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa cattolica nella Repubblica popolare cinese. Si tratta di un documento molto articolato dal tono chiaramente pastorale, che tocca i molti aspetti della vita della Chiesa in Cina, sottolineando la sofferta fedeltà della stragrande maggioranza dei suoi figli e rivolgendosi con rispetto e volontà di dialogo alle autorità del Paese. La Santa Sede, scrive il Papa, conferma la "volontà di proseguire il cammino di un dialogo rispettoso e costruttivo con le autorità governative" cinesi. Benedetto XVI non manca di affrontare anche il nodo del ruolo centrale che hanno i vescovi nella Chiesa, rivendicando il diritto che ha il Papa nella loro scelta e consacrazione, ma riconosce pure al potere civile il diritto di intervenire, in considerazione del ruolo pubblico che essi svolgono nella società. Questo elemento fa ben sperare nella possibilità che si apra finalmente un dialogo costruttivo fra la Santa Sede e il governo di Pechino, per trovare una formula che rispetti sia l'autorità dello Stato sia la fede dei credenti.                   

                                                                            ANGELO LAZZAROTTO

 

 

 

Fede e speranza anche nei momenti bui

 

Il vescovo ausiliare di Hong Kong, mons. John Tong, in una recente pubblicazione intitolata Challenges and Hopes (Sfide e Speranze) racconta una serie di episodi da lui conosciuti personalmente, che hanno la semplicità naïf dei Fioretti, e che confermano la fiducia e la speranza che hanno sempre caratterizzato i cristiani cinesi, anche nei momenti più bui.

Un giovane sacerdote cinese da lui incontrato raccontò a mons. Tong come aveva sentito la chiamata del Signore. Durante la Rivoluzione Culturale (1966-76) egli era un ragazzo. Un suo zio sacerdote era stato condannato a morte, e la sua esecuzione era avvenuta nello stadio della città, con un gruppo di altri "criminali".

Molta gente era stata costretta ad assistervi. Anche lui era presente fra la folla. Racconta che quando sentì la raffica di fucili e vide lo zio cadere nel suo sangue, scomparve la sua paura e gli nacque in cuore una decisione: "Devo diventare prete, per finire il lavoro di mio zio!".

 

In aumento i cinesi credenti

 

Una recente inchiesta sociologica, condotta da due professori della East China Normal University di Shanghai (pubblicata all'inizio di febbraio 2007 dalla rivista Oriental Outlook in lingua cinese), rileva che il numero di cinesi che si dichiarano religiosi è molto superiore a quanto finora ufficialmente riportato.

Il quotidiano di Pechino in lingua inglese China Daily (7 febbraio 2007) ha dato rilievo all'inchiesta sottolineando che, su un miliardo e 300 milioni di cinesi, il 31,4% (cioè circa 300 milioni) seguono una religione o praticano forme tradizionali di religiosità popolare (come il culto al Re Dragone o al Dio della Fortuna). Si rileva un forte aumento di fedeli anche per il cristianesimo, che rappresenta il 12% dei credenti, cioè circa 40 milioni di cinesi, con un crescente interesse fra i giovani.

 

I 12-13 milioni di cattolici che esistono oggi in Cina sono un autentico miracolo: nel 1949 erano meno di 4 milioni, e furono in gran parte sterminati o dispersi dalla furia comunista. Oggi, se la Chiesa in Cina rinasce, è perché si realizza il detto di Gesù: "Se il chicco di grano caduto in terra marcisce e muore, porta molto frutto" (Gv. 12,24).

 



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